FINO ALLA FINE


Lungo, interminabile, seccante esattamente come i bambini che urlano in aereo (imbarcateli, grazie, il mio cane non romperebbe così tanto), sgraziato come un volo low cost che non ti porta a Parigi ma in Normandia, omicida come pochi, sto terrificante 2016 volge al termine care amiche e cari amichi.

A mio avviso è durato due anni, non uno, non c’è verso di dare una motivazione all’accelerazione dello sfigometro e della presa di coscienza che poteva andare peggio ed è andato così. Come una poveraccia appena arrivata a Milano dal paesino in cerca di like, l’avidità dell’anno in corso si è vista con le persone che ci hanno lasciato (breaking news: anche gli artisti muoiono) e col presentare il conto di tutte le malefatte, anche quelle solo pensate, nemmeno attuate.

Nel mio caso farci pace con l’anno è stato facilissimo. Ho capito di chi sono la reincarnazione: Adolf Hitler. E quindi le sto pagando tutte. Io pensavo di essere una Jane Mainsfeld ritornata sul pianeta, un Baudelaire del nuovo millennio, almeno una Marchesa Casati e invece no, ero Hitler. Amen, non dico nulla, ognuno ha le sue rogne. C’è chi sta peggio, o chi è peggio, potevo essere Carlo Rossella, o ancora peggio: Stefania Sandrelli.

Di sicuro una cosa l’ho vinta, il premio di essermi lamentato di qualsiasi cosa dal primo all’ultimo giorno (scrivo in aereo ma ho le cuffie del 7 e il mac ha il jack, STEVE NON L’AVREBBE PERMESSO) e che ad oggi 29.12 sono ancora vivo. Se muoio non me ne frega davvero, mi spiace tanto per mia mamma perché il primogenito è sempre il migliore, ma almeno porterò con me la soddisfazione di non aver pagato tutte le tasse del cazzo che mi vengono richieste. Non per evasione, per semplice dilazione, non rompete.

Di sicuro, invece, una cosa il 2016 l’ha vinta, su di me. Mi ha stancato, mi ha affaticato, mi ha reso difficile ogni giorno sopportare la marea di minchiate che abbiamo sempre pronte ad aspettarci, mi ha fatto capire molto bene l’universo social che abito da anni, mi ha aperto gli occhi su tante, troppe piccolezze che mi riempiono di bile l’esistenza. Non ho personalmente gradito Trump, il trionfo del grillismo, la caduta del governo pur essendo stato un antirenziano da sempre, Marchesini, Cohen e Bowie, non capisco Aleppo, non capisco il populismo, non sopporto, non mi interessa, sto diventando rigido.

Me l’ha detto una donna studiosa, sto diventando troppo rigido su alcune cose. Ma non riesco a scendere a compromessi, su alcune cose no, no, non fa per me, au revoir. Vorrei una social implosione perché mi sento inquinato, spiato, derubato di tempo e neuroni.

Sì, 2016 hai fatto davvero schifo, quello che hai pensato per sfidarmi mi ha reso insonne, povero, triste, insicuro, stressato, preoccupato, disperato, seccato, scocciato, arrabbiato, chiuso. Non era nei miei piani, quindi ciao, ti sto guardando come Whitney Houston in “it’s not right but’s ok”. Pack your bags up and leave, Don’t you dare come running back to me

Ma, perché c’è sempre un ma, ci sono delle cose profonde, abissali, catene montuose che partono dal profondo mare e arrivano fino alla neve, che mi porto nel cuore. C’è Ale, inaspettato, desiderato sì, ma che non era scontato, che anche se è un maniaco dell’ordine introverso rompi mi ha fatto trovare la pace nel cuore, sì, perché auguro a chiunque si perda lì fuori quello che è capitato a noi. Perché è bello, a sistema, come una meccanica perfetta, non è pensato, funziona e basta. Tanto che, per farmi capire, quando un mese fa ho visto passare l’innominabile ex, quello pazzo, sul momento non l’ho riconosciuto e poi ho realizzato che… non sono più arrabbiato, non mi interessa, mi sono liberato del rancore, che davvero è una zavorra inutile, solo che il filo che ti lega si usura e si rompe solo col tempo. Spero davvero che l’ex in questione trovi la pace, che sia felice.

Poi ci sono le schiere allargate, i rapporti che abbiamo con le persone, cioè gli amici. I miei amici. Le mie amiche. C’è chi se n’è andato, senza dare una minima spiegazione, facendomi soffrire tanto, ma tanto. C’è chi ho scoperto, chi non capisco, chi amo alla follia. C’è chi ho ritrovato.

Mi sono trovato ad una ristretta cena di liceo in mezzo a gente invecchiata senza dubbio, ma che è invecchiata con me. E avere una storia, un libro, da leggere per 15 anni non è così male. Ci sono gli amici più giovani, che ora che sono una vecchia ciabatta con lo sguardo di Barbara Alberti, la dialettica di Mughini e lo spirito di Funari guardo con sincera ammirazione, perché sto rivendendo tutti i miei sbagli, uno per uno e ne sono affascinato.

Poi ci sono quelli dell’internet e mai come quest’anno avrei lanciato il computer in mare, se non dovessi finire di pagarlo. Come vorrei dire davvero non serve, abbiamo capito che sei in cerca, troverai il modo, come vorrei dire si vede che usi photoshop là sotto, facciamo sempre attenzione con quel fluidifica, per favore, come vorrei dire si vede che condividi certi status per farti dire brava, come si vede che sei cosciente di essere in un gruppo elitario e che sai che senza il web saresti una poveretta, come vorrei dire che brava che sei a fare la sofisticata sfruttando i giovani, come vorrei dire siete una massa di vecchi arroganti, ma sto zitto. Non sono cazzi miei, fb è lo sfogatoio universale, lo faccio io perché non voi.

Al lavoro ne ho viste tante, e ne ho viste tante brutte, devo trovare una soluzione e punto tutto sulla lotteria di capodanno. Mi sono accorto di una cosa, che porto come monito per l’anno nuovo: la separazione tra la sfera privata e lavorativa è fondamentale. Non voglio che nessuno in agenzia si riduca come quest’anno a soffrire per un sogno. Non ha senso. Facciamo un lavoro bellissimo già ad un costo altissimo, perdere pure il sonno o i momenti importanti non serve. Per due lire che ci rimangono poi, che schifo, mi sento violentato ogni volta che mi scrive la commercialista. Non sono contro le tasse, sia chiaro. Sono contro un sistema fiscale che mi impoverisce perché invece di fare la figa la sera ho scelto la strada più complessa per realizzarmi. Fanculo, with love.

E poi, poi ci sono le cose più strette. Ma più scontate, niente di che eh, che mi fanno pensare a quei pilastri dall’abisso al solleone. Ho mangiato la pizza fatta al forno dalla mamma, rido un sacco con mia sorella, non mi incazzo col padre, accetto la vecchiaia della nonna, è arrivato Arturo.

Arturo è la seconda cosa bella dell’anno, con la mia relazione con Ale.

Arturo ha la fortuna di essere un cane, io ho la fortuna di averlo che mi guarda sul divano tutto il giorno, quando lo guardavo un giorno che ci giocavo, ribaltandolo, ci siamo guardati negli occhi. Ci siamo già visti io e te, furbino, mi hai riconosciuto, ti ho riconosciuto anche io che mi veniva da piangere. Non siamo cane e padroni, siamo cani a diversa postura. Perché io come Arturo mi ci vedo, vorrei avere la coda, saltare, stare sul divano, correre tantissimo, bucare tutti i palloni, prendere tutti i legnetti, leccarmi l’uccello, mangiare due volte al giorno, guardare fuori dal finestrino, dormire acciambellato, dormire sul papà, dormire sull’altro papà, giocare con altri cani.

Arturo mi ha fatto capire che non ho così spirito paterno come pensavo, se un cane rompe così tanto le balle figuriamoci un mini-me. Ma non sarà possibile, questa leggina, seppur importante e fondamentale, è una leggina e mi definisce come umano italiano di serie b: avrò molti vantaggi, ma per me il “non obbligo di fedeltà” e l’impossibilità di adottare (visto che la mia dolce metà mi impedisce di ingravidare le amiche) mi fa sentire discriminato. Stop.

Quindi non porto molto 2016 con me, mi serve spazio per quello che mi piace, che mi fa star bene, che non mi fa perdere tempo. Vorrei un 2017 umano, in tutte le accezioni, liberiamoci della lotta con il vicino, ma soprattutto come qualcuno mi ha consigliato bisogna fare la pace nel cuore. Ed è un casino perché ci sono solo motivi per non farla, ad essere obiettivi.

Ma se fossimo tutti obiettivi saremo noiosi e senza sogni.

Che sia un anno avvolgente, intraprendente, profondo e diamine, divertente.

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