Il tempo di andare


Non ho trovato il tempo, non volevo, non potevo, non me la sentivo. La tecnologia aiuta l’oblio, le brutte notizie scorrono in mezzo alle altre nelle chat, come un rotolo contrario che non si spezza, la cosa brutta è lì in mezzo alle altre, si va avanti, si risponde minore di tre  ❤ a tutti i messaggi di cordoglio. Ma sapessi, sapessi tu ste cose. Certo, ti sei sempre ritrovata il telefono in faccia, volente o nolente. Tra me, la mamma e Valentina, colei che ti ha scelto quel lontano (aiuto) 2006 avrai avuto lo stesso numero di foto di un tuo coetaneo bipede. Una delle cose che ho sempre apprezzato di te è che non parli. Che essere divino quello che non ha bisogno che di occhi per parlare. Io mi ricordo che ti ho preso in braccio che eri piccola, mi stavi in una mano, ed è incredibile pensare che poi ci dividevamo il letto tra tutte ste zampe e braccia e gambe lunghe che ci ritrovavamo. Ora, non ti posso parlare, sei altrove, fortunatamente in maniera rapida e veloce. Ci vediamo al prossimo giro, e sia chiaro ai miei affetti che anche io vi vorrei salutare in breve tempo quando sarà il momento. Lasciate le prese di corrente libere per proiettare film e fare un karaoke di 24 ore quando toccherà morire a me. Grazie.

Che poi, tanto, io non ti parlavo nemmeno prima. Parlo di quello che ci siamo detti, che tu hai capito, che io pure, figurati, non dei mille nomignoli che giustamente, con quella faccia da ET che ti ritrovavi, ti sarebbero stati apostrofati. Eri piccola quando hai scelto di farti un trip mangiando un cactus, e lì la morte l’abbiamo rischiata io e la mamma, Valentina ci avrebbe ucciso. Speciale, come tutti i cani di quelli che amano i cani.
Il nostro profondo legame era ed è di duplice traccia. Il mare e dormire. Due cose che ci sono sempre piaciute un sacco. Dormire perché i pisolini da branco li abbiamo sempre fatti. Sui divani vietati, sui divani consentiti, nel mio letto, in altri. Credo ci unisse anche il russare. Tra tutti i giri di letti che ti facevi a casa, il mio era l’ultimo, andavo a dormire tardi. E sono convinto che tu pensassi che fossi io l’ospite. Insomma, quel cane barbuto, che odora di nebbia, dorme nella mia cuccia grande, ma vabbè è mio fratello. A dire il vero sono convinto che pensassi di averci tutti in pugno, cosa molto vera, anche quando mi facevi credere che ti fregasse qualcosa fare zampa-terra-pallina-gira. Povero, pensavi, quel cane con la barba è scemo, ma se faccio così è felice e poi mangio, io che non mangio mai, mai mai. Nel letto mio, poi c’è passato qualcuno con me. Hai sempre tollerato, ma solo in un caso ti sei messa tra me e lui: non a caso con quello psicolabile, non faceva per me e tu, come tutti, l’avevi capito ben prima di me.

E poi, poi c’era il mare. Che ci andavamo spesso io e te da soli, durante la settimana, quando non c’era nessuno, l’umanità ci è sempre piaciuta, la gente un po’ meno. La nostra meta preferita, ovviamente Lignano Pineta, come quando il cucciolo ero io. Ma abbiamo anche fatto la noiosa Grado, qualche fiume, forse un lago. Ma il mare, quello lì era nostro. Ti ho sempre osservato molto, tanto quanto tu guardavi dal basso me, e ti vedevo contenta, zompettante, sempre alla ricerca, mai a guinzaglio. In spiaggia dai, che senso ha, è come mettere le mutande la domenica. La pallina, rigorosamente coperta di quella pregevole patina di bava, onde e sabbia. O il guinzaglio, che sì alla fine lo usavamo, ma come boomerang. E le corse, le lotte, gli attentati. E quando mi correvi addosso, fortissimo, che ci abbracciavamo e si rideva. Oh sì, gente, i cani ridono un sacco.
E capiscono anche tutto il resto. Non correvi tanto quando per un lutto, per una luna storta o una delusione ti caricavo in macchina e a capo chino mi trascinavo sul bagnasciuga. Stavi lì, camminavi con me, ti facevi abbracciare.
Se devo pensare alla cosa più bella che abbiamo fatto assieme, due anni fa, era fine ottobre, faceva caldissimo e allora ci siamo buttati in acqua a fare il bagno. Sorrido ancora a pensarci. Mi manchi non come una cosa che non c’è, mi manchi come una cosa che era bella. Così mi piace.

Ho scritto sempre un sacco di cose sui cani e il mare, ogni volta che ci andavamo usciva qualcosa che fossero le foto dell’era pre iphone, i pezzi nel blog, la prima foto scattata in Italia su instagram. E lì si è creato il forte legame metaforico. Ho cominciato a scrivere del cane randagio. Ero io. Mi sono sempre rivisto in quel tipo di cane giocherellone col broncio, col petto fiero e le braccia lunghe, con la faccia da bambi quando serve e di tolla all’occorrenza. Tu sei me, io sono te, non è finito niente.
Ti libero, con queste parole, finalmente riesco a farmi il pianto che da 15 giorni rimandavo, ringrazio per il percorso fatto assieme, e finché ci sarà il mare penserò alle nostre passeggiate.
Agatha, sei stata un cane stupendo, hai portato gioia, amore, unione, comprensione, fierezza, eleganza, divertimento e un sacco di abbracci. Ora ti lancio la pallina, non serve che me la riporti, me la darai più avanti, tanto ci vediamo.
Bau.

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Un pensiero su “Il tempo di andare

  1. Eppure non aver avuto nemmeno il tempo di salutarla, vederla li’ esanime e in quegli occhi chiusi legger il cartello “non sono piu’ qui è inutile che mi cerchi nella carezza sul mio corpo”… e dove sei andata che manca il tuo soffio di vita in ogni giorno?

    Siamo rimasti io e lui, attoniti e storditi in un silenzio che descrive il vuoto di una personalità spumeggiante…come si fa a gustar i giorni senza tu che metti scompiglio?

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