ANTONIA


Terz’ultima fila, seduta fino alla fine, da sola, silente, presa dalla storia. Il capello corto, nessuna ombra di trucco o di quella piacevole vanità che mai aveva capito, così presa dall’essenziale, dalla ricerca della radice del perché, di un mucchio di cose labirinticamente interconnesse in quella che era la gestione del quotidiano, quelle ricerche che segnano il viso, due solchi sulla fronte e due attorno alle labbra, un confine tra l’immobilità della faccia e l’inutilità della parola. Un maglione e un jeans, entrambi di decorso almeno ventennale, di buona fattura, come lei, ma stanchi, esattamente come lei. E mentre i titoli scorrono e la labile luce fa vedere che solo uomini (che amano altri uomini) erano in sala a vedere un film di donne (che amavano altre donne), prende il giaccone, affaticato da più inverni, un piumino nero, senza nessuna manifestazione di identità, volontà, abilità, se non fosse quella di coprire, chiudere, concludere.
La penombra del cinema è parte del film, ma almeno non te la fanno pagare, così sottovalutata eppure fondamentale per riportare alla cafonaggine della luce del centro gli avventori della sala. Non se ne  rendeva conto, ma quella luce giallina, sulle pareti turchesi, creava un gioco di perfetta fotografia inquinata dalla sua presenza inopportuna, che rendeva perfetto il quadro. Le luci puntate sulla parete creavano dei poligoni biancastri, ripetuti, dei trapezi isosceli degni del miglior circo, ma che svanivano in quel verde tra l’ospedaliero e il lago di montagna.
Lentamente infilava la giacca, creando delle rotondità nella composizione perfetta di quella quinta da passeggio, inconsapevole di come quel gesto femmineo spaccava il maschile geometrico, statico, insensibile. Non guardava da nessuna parte, presa, forse rapita dai pensieri di quella che era stata la sua storia, vissuta, non vissuta, mal vissuta, chi lo sa, ma rotonda, circolare anch’essa, come le onde dei capelli delle protagoniste del film, dei loro seni, delle guance, degli archi della colonna sonora, incalzante, inquietante e accomodante al tempo stesso, rotonda come quell’abbraccio, mancato, manchevole, sfuggito, dimenticato che le portava solo un nome in testa, quel nome che non c’era più, se n’era andato, con tutta la loro storia, ben più complessa di quella del film, un amore logorato dalla perdita.
Lucia non c’era più, Antonia era rimasta sola, ogni gradino le ricordava un pezzo di storia, due piedi in meno di fianco, la mano di sfuggita perché ai tempi no, non si usava, e il rammarico di non averla stretta sembrava accompagnare la vestizione che pareva un rallenti, come tutto quello che era rimasto dopo Lucia, un rallenti melanconico, profondo, buio per cui no, non c’era soluzione, chi ci lascia forse, chissà lo troveremo poi.
Si metteva la cuffia, violacea come una melanzana, piccola e rotonda, vedeva gli occhi neri di un ragazzo che la osservava, rapito dai suoi gesti, ma non lo sapeva, non lo immaginava, i titoli di coda avanzavano, scendeva i loro scalini di quel loro cinema del centro, quello dove sì, lì ci si teneva per mano tutto il film, a costo di stare scomode, e quante volte l’aveva stretta quella mano all’Apollo. Ma non si voltò, mai, rivedersi, lì sedute era la scena più struggente che avesse visto al cinema, perché a differenza della pellicola no, non c’era niente da riavvolgere, da rivedere, da riproporre, il più bel film, il più difficile e bello mai visto non si poteva rivedere. Nonostante questo, al cinema ci andava lo stesso, ora che era sola, e andandosene via si accorgeva che il passo era più lento, ma come se fosse perfettamente sincronizzato con il rigo del pianoforte, che come sempre, malefico, laconico, perfetto, scandiva il ritmo di quello che sempre avrebbe sentito dentro.
La tenda di velluto, grigiastra era davanti a lei, non la scostò, la attraversò con tutta la faccia, sentendo quel morbido accarezzamento simmetrico che partiva da naso e arrivava alle orecchie. Come le mancava, quanto. Non si voltò mai, fece le scale, attraversò il cinema pensando al circolare mutamento infinitesimale della storia che la aveva attraversata, Lucia, Lucia, Lucia, ancora Lucia perché nient’altro è storia che Lucia.

 

Cover: Vivian Maier – Woman in white dress walking to the car – Florida 1957

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