ONIRICO 53


Che poi uno riprende la routine e nemmeno si accorge di aver perso quell’appuntamento fisso, che per un mese e mezzo ha scandito tutte le buonanotti e sigarette fumate. Quell’appuntamento che è diventato addirittura un racconto, inviato, spedito, che nemmeno ci penso più, perchè forse ho osato troppo, ma si sa, non sono fatto per essere un travet, un tapino, sono per la morte sul palcoscenico, plateale, esagerata, pulsante.

Così mentre il tempo passa e mi sono perso i pensieri per strada, tutti quanti, non c’era spazio per l’olio, andavano messi a posto gli ingranaggi. Che lo siano o no, davvero, non saprei dirtelo, te che eri Alberto e poi Davide, ma sì, come il peggiore dei maschi della mia stirpe, me ne sono dimenticato, mi sono stufato. Tutta la perfezione a una portata di palazzo, di fronte, tutto l’incarnato di quello che sono sicuro vorrei e che fa per me.

Ma un ideale non sono due braccia, sebbene possa essere rinchiuso tra di esse. E così, la settimana scorsa, apro le finestre per arieggiare la stanza dopo un sonno indigesto e vedo gli operai in casa tua. Stanno imbiancando. Tutto ricoperto di teli trasparenti, quel ficus stoico che non viene giù nemmeno a spingerlo, la tua casa ricoperta da una patina di plastica, un viavai che non ho mai visto in questi mesi che so che esisti. Non pari socievole, e questo è un male solo perché io ti capisco benissimo, lo sono pure io, la cosa mi intriga, la trovo giusta, corretta, simile.
Poi ho visto la camera, il quadro sul letto non c’è più. Anche il letto è in disordine, si vedono i libri sul comodino, e vedo che sono tanti e anche qui… io ti capisco, non so più dove metterli, tra poco verrà allestita una libreria sopra la lavatrice. No, non hai dormito a casa in queste notti, non ho visto una luce di fronte, non c’è la macchina vicino la mia. E prima, mentre stavo fumando una sigaretta sul balcone parigino che mi ritrovo, ho avuto un’illuminazione. Che per le persone sane di mente, quelle spicce e pratiche non è un’illuminazione. Perché uno dovrebbe mai pitturare i muri nella settimana più piovosa dell’anno? Non dormendo a casa, con la casa che mi sembra molto, molto vuota. Con una sorta di work in progress continuo. Che io sappia la casa si dipinge velocemente, non in una settimana. E visto che sarò anche matto, ma un minimo di logica ci sta, ora ho capito, mannaggia, ho capito che sì, stai andando via.

Per questo mi viene un grandissimo nervoso, perché tutta la timidezza che c’è e ben nascondo facendo la soubrette con la barba con te è uscita. Tre volte ero ad un passo da te e non ho proferito parola. Lì. Esattamente come quando sei in aeroporto: il viaggio è lì, dietro quel vetro trasparente e se non hai il biglietto no, tu non parti. Sarà anche che mi sono stufato di aspettarti, sarà che ho chiaro il timore di averti idealizzato, di aver idealizzato me su te, me con te, di aver idealizzato come dovrebbe essere. E lo credo, cavoli se ci credo che dovrebbe essere così. Ma un grosso errore di idealizzazione l’ho fatto, l’ho pagato caro e non ho intenzione di ricaderci.

Mi spiace, mi spiace tantissimo, perché ora che è cominciata la stagione delle piogge e ce la porteremo avanti fino a maggio, non potrò correre sotto la pioggia fino al tuo portone, correre tutte le scale, arrivare davanti a casa con i goccioloni che mi cadono dai ricci e dalla barba, e tu, tu che mi apri la porta, ridi perché sembro un cane appena rientrato dal giardino, ti bagno tutto il parquet, sorridi ancora, non dici niente, sorridi e ci baciamo.
Ci baciamo che nemmeno mi accorgo che la porta è ancora è aperta, non lo so se questo bacio sta durando da tutta la vita o da due secondi, nemmeno quanto durerà perché no, non mi interessa, non ci interessa, mi abbracci forte e per me potrebbe anche arrivare il meteorite, è questo che conta, i goccioloni ti inzaccherano la camicia, non ci stacchiamo e quindi ora sei zuppo anche tu, ci viene da ridere che siamo ancora sull’uscio, ridiamo e baciamo l’altro che altro non è ma di più, mi prendi la mano, mi trascini dentro, arrivi con un asciugamano gigante, che sa di bianco, buono sulla pelle, non hai la camicia, mi tolgo la maglia e come se fosse un mantello, un mantello spaziotemporale che annulla qualsiasi cosa non sia me e te ora e mai, ci avvolgi, siamo stretti, sento che mi respiri addosso, l’aria calda che esce dal tuo naso, la mia verso la tua barba curata, non diciamo nulla, siamo fermi, fuori piove da morire.

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