PICCOLO VARCO SPAZIOTEMPORALE


Un viaggio comincia ben prima di girare la chiave della macchina. Il mio credo sia cominciato parecchio tempo fa, capendo ben presto che non si trattava di un viaggio verso un luogo, ma verso qualcuno. Qualcuno che posso essere io, qualcuno che a volte potresti essere tu. La ricerca, il complesso percorso che solo la scelta porta a compiere, non ha un limite di tempo, ahimè è una degenerazione cronica, perché chi esplora la propria esistenza non ha mai finito, quasi dal diventare succube dell’elogio del dubbio.
Credo tutto cominci dall’osservazione. La silente osservazione di quello che ci è attorno, la presa di coscienza che ci sono delle cose non affini, la ricerca del motivo, e da lì la partenza. Errante da anni, ci sono dei giorni in cui mi piacerebbe avere tante certezze, quelle che la mia parte arrogante chiama faciline, sempliciotte, automatiche. Ma non è un post di giudizio della deficienza e aridità umana, è un post di analisi questo.
Domenica riparto. Questa volta da solo. Non è una novità che io, una volta all’anno, sparisca per una settimana per andare a capire dove cavolo sia finito. L’anno scorso ero finito in Giappone. Stavo scappando, dovevo capire se possedevo il concetto di fede. Quello di libertà mi ha fatto scappare, con tutte le conseguenze del caso. Dall’altra parte del mondo, dove non potere essere distratto dalla parola, perché là per fortuna non capivo niente. L’avevo già fatto nel 2007. Sono andato a cercarmi altre volte, perché so in che posti ci sono dei pezzi della mia storia. Anche la settimana scorsa che sono andato a trovarmi in Provenza, dove ci portavano da piccoli. Ci sono stato quella volta, con gli amici, con l’amore e con la mamma. Ho trovato le sfumature dell’amore, le sue declinazioni, che hanno fortificato l’idea di quello che è per me.
Una volta mi sono trovato gioioso a Presidio Park, mentre con la bici da corsa stavo per andare sul ponte più famoso del mondo. Sempre lì mi sono trovato anche a camminare per i boschi con lo zio di Julia fino a Sausalito, ho capito che quelli più grandi di noi sono un riparo, proprio come gli alberi alti sei metri e mezzo. Spesso mi ri-trovo a Parigi. Lì mi ricarico romanticamente. Una volta ho trovato il coraggio a Madrid. Era lì che mi aspettava o ero io che mi aspettavo, ancora fatico a capirlo. O quella volta che mi sono trovato a Vendicari, libero da tutto. O a ottobre dell’anno scorso, ogni giorno una casa diversa per ritrovare l’affetto puro.
Mi accorgo che non riesco a trovarmi stando fermo, mai. I migliori ricordi sono legati a bici, macchine, treni, aerei, scarpe consumate, pochissimo italiano.
Domenica si riparte, dicevo. Non ci sarà italiano, non ci saranno scarpe di sicuro. Nessun uomo è un’isola diceva qualcuno (che come concetto mi piaceva, ma poi tiravano fuori Dio e mi passa sempre tutta la poesia). Vado a riprendere la parte selvatica in un’isola selvatica. Ho addirittura comprato una tenda e un fornelletto. Sperando che le due cose non creino un falò. Ci sarà molto mare, quello che è abbandonato a tal punto che ci pascolano le vacche. I libri, il quaderno e la penna. Dormirò la notte sul ponte del traghetto, non ho prenotato nulla ho con me una forchetta, un cucchiaio, un coltello e non so che giro farò. Ma le guide mi hanno promesso strade sterrate che solo le 4×4 possono fare, e io, la 4×4 me la sono regalata due mesi fa proprio per fare questo viaggio, che nemmeno pensavo di fare. O forse non sapevo che volevo fare.
Sento che isolarmi sull’isola sia un po’ il saggio finale, o almeno un capitolo importante di questo ultimo periodo. Solo che isolarsi non è il concetto giusto, o forse è solo male espresso, perché a meno che in caso di poca intelligenza o coma vegetativo, non si è mai davvero isolati. È come se ci fosse bisogno di prendere tutti i pensieri e portarli dove c’è molto spazio. Come un paracadute, con tutte quelle corde e quella stoffa, non è che puoi mica aprirlo, guardarlo, vedere se è tutto ok in una cameretta. Eh no. C’è bisogno di spazio, e soprattutto di decontaminazione dalle puttanate che ci fregano tutta la ram del cervello. Per questo va bene l’isola, perché attorno a te hai solo il mare, non ti puoi appoggiare ad un altro stato o nascondere dietro una montagna. Non ci sono scuse di ombre altrui, siamo tutti migranti, ospiti, zingari, erranti. L’isola non è di nessuno ed è di tutti, varco spaziotemporale di scelta di percezione. Piccolo varco spaziotemporale, perché poi se è grande diventa un continente, che arriva da continere in latino, tenere dentro, tenere insieme. No, un’isola non lo farebbe mai. Tenere? Ma chi. Le isole sono libertà, i continenti libertà vigilata, condizionata, percepita. E il mare attorno è profondo, nella sua duplice funzione di fascino e disperazione, per cui solo se riesci a percepire il valore dell’isola, di quello che fai sull’isola, di quello che per te è l’isola, di quello che lasci per arrivare all’isola puoi capire se il mare attorno è una sciagura o un’opportunità. Perché il mare non giudica, come diceva Dalla vuole solo salvare i pesci, invece chi sta sulla costa di solito lo fa. E chi sta sulla costa di solito l’isola la guarda col binocolo, nemmeno si accorge del mare.
Io, invece, ci vado.

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