ONIRICO 52


Come se ormai fosse un appuntamento fisso. Ogni sera sei lì, davanti ad un libro e io, anche se non ne ho nessuna voglia, mi fumo una sigaretta alla finestra. Dormi dalla parte destra, ed è perfetto, perché io dormo a sinistra. Una sottile tenda che non rende giustizia alla bellezza tua e della camera, bianca come la mia, con meno cose possibili, un quadro astratto, sembra un Pollock, potrebbe essere un Sam Francis. Hai il letto sempre fatto, preciso, e credo che dipenda anche dal lavoro che fai. Ti ho incrociato per strada, mentre andavi alla macchina, ottima scelta il colore, la cilindrata, i cerchi, il modello. Pensa, è parcheggiata dietro la mia. Se tu sapessi. Preciso anche nei modi, curato, con la cartelletta piena di fogli. La camicia bianca che ti sta bene esattamente come quei boxer larghi, i primi che ho visto azzurri come un linoleum di una casa sottotetto vicino a una grande torre in ferro dove io non torno da troppo. Anche a me fa caldo tutto, uscirei anche coi boxer larghi, ma la buoncostume non sarebbe d’accordo. Hai i capelli corti, la barba curata, stai fuori tutto il giorno. Nel weekend no, non ci sei, e ti capisco, il caldo aumenta la volgarità della gente a spasso. Dalla parte sinistra del tuo letto, invece, non c’è nessuno. Chissà perché, io non ne vedo il motivo. Avrai i tuoi buoni motivi, abbiamo tutti i nostri buoni motivi, una serie di buoni motivi che sono più buoni che motivi. Continui a leggere, non si vede lo sparo della luce blu della tv, mai nelle tue due finestre. Quella della zona giorno ha davanti una pianta che io non so quale sia, è già tanto se non mi muoiono i bonsai, e se muoiono me li compro uguali all’Ikea. Dietro c’è una libreria bianca, come la mia. La tua però è precisa, da esposizione, la mia ha più libri ma molto più casino. Una questione metaforica mi sa. Qua è tutto un casino. Lì no. Ti penso guardando la finestra oltre i miei piedi, ok, rimetto i boxer perché non mi sembra cosa fumarti nudo davanti. Che poi nemmeno fumo, è accesa solo come scusa, finalmente passa un po’ di aria, muove un filo della tv che va al primo, tu stai al secondo. Non vivi qua da molto, non ti avevo mai visto, non avevo mai notato che ci fossi. La libertà di cambiare casa. Chissà se sei di qua. Mi sembra di essere Kertész che fotografava le cose che aveva di fronte a casa, rubando attimi a sconosciuti, rendendo il voyeurismo una forma d’arte, che celava tutta la sua insicurezza e mal di vita. Ma non rubava, la bellezza non è un possesso, è un valore, e quindi non ti sto rubando nulla. Prima hai accantonato il libro e la mela bianca mi ha fatto capire che stavi scrivendo, serio, preso e non annoiato da un social network. Sei un continuo set per un fotografo. Come se tutto fosse messo a puntino secondo la regola dei sesti, delle proporzioni, degli spazi. Perfetto insomma. Chissà che scrivevi, chissà a chi. Non ho potuto non notare che eri di fianco, col mento appoggiato sulla mano, sperando che per un attimo alzassi lo sguardo verso di me, un piano più su. Eri concentrato. Mentre vado a buttare via il mozzicone, chiudi gli scuretti, sono bianchi come tutti quelli interni delle case di Milano, ma sono vecchi come il tuo palazzo liberty, e il legno imbarcato crea dei tagli alla Fontana che fanno vedere la luce, un pezzo di spalla, di barba. Ora la luce è spenta, non ci siamo mai parlati, non lo faremo mai, eppure ti ascolterei fino a domattina.

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