RACCHETTE, ZAVORRE, COPIONI


Mettersi a dormire col cervello acceso non è mai una buona scelta. Tantomeno se il cervello è in moto ma fermo, come ad un passaggio a livello, dove un motore acceso non serve proprio a nulla. Eppure è lì che fa girare il motore, anche le balle forse, ma non serve a nulla, vorresti solo dormire. Ti giri nel letto e nemmeno l’abbraccio rincuorante di chi dorme con te ti basta, ti alzi, apri il mac, accarezzi il cane, accendi una sigaretta.
Che non è chiaro il punto in cui il sogno, l’aspettativa, il copione incontra quello che è il quotidiano, il reale, la consapevolezza che le cose non è che vadano sempre come credi. E ti ci vorrebbe di nuovo la racchetta del corso di tennis, con la quale ti divertivi a lanciare le palline bucate trovate al club oltre il muro, destinazione chissà dove.
Ecco, ci vorrebbe proprio quella racchetta, ma anche una catapulta non sarebbe male, per lanciare tutto quello che è scomodo, dissonante oltre quel muro di quattro metri color verde bottiglia. E sarebbe altrettanto bello che l’oggetto o il ricordo lanciato con la racchetta vivesse di moto accelerato perpetuo fino all’incontro di qualcosa di marmoreo, freddo, glaciale, impassibile. Al punto che il lanciato non abbia alcuna possibilità di rimbalzo, tantomeno di sopravvivenza, ma che finisse a sgretolarsi in mille pezzi, come un’esplosione, come se fossero coriandoli di nero bitume viscerale.
Sarebbe catartico, liberatorio, appagante avere la racchetta da tennis sempre in tasca e la catapulta sul balcone. Basta, via, eliminazione con gittata d’orgoglio. Sempre per il solito discorso che le zavorre che ci portiamo dietro non servono a nulla, ci fanno correre meno veloce, ci occupano ram nel cervello, nella pancia, nel cuore. Non ho il pregio della somatizzazione, tendo a buttare fuori tutto, l’incazzatura, le paranoie, le persone sbagliate dalla mia vita. Il rovescio della racchetta è che c’è il rischio dell’acrimonia, dell’irosità, dell’aggressività. Che annulla l’effetto catartico del butta via tutto e ricrea zavorra inutile.
Al dubbio di zavorre e racchette si aggiunge in omaggio, come ogni 3×2 che si rispetti, la presa di coscienza della ripetitività di certi copioni già recitati, vissuti, visti. La consapevolezza che ti è sempre più chiaro cosa non vuoi perché lo vedi benissimo in HD, e il nervoso perché quello che vorresti non è nemmeno in bassa definizione. Una serie di schemi e convenzioni sociali che non hanno portato a nulla, ma non solo a te, il vedere che sembra l’unico modo possibile, la passiva accettazione del va così, non c’è altra strada e amen, ce lo facciamo andare bene. Che senso abbia, non mi è chiaro. Non è il momento dell’accettazione, è il momento dell’ambizione. Posso capirlo alla fine di un percorso di vita, ma non a un terzo della stessa. Perché, mi domando mentre Oscar russa in cuccia, perché non vedo attorno decisioni, progetti, sogni, ma solo un sopravvivere quotidiano, sfumato, stanco? Qual è il pezzo mancante, quale passaggio ci siamo persi mentre succubi dell’oggi abbiamo dimenticato il valore di quello che era ieri, che dovrebbe essere la forza del domani?
E soprattutto perché concludere la giornata coi pensieri esistenziali e non col dubbio “che mi metto domani?”

 

[La foto è di Giulia Manelli che ha maltrattato me e Lorenzo Balducci per lo shooting in piscina con 4 gradi di temperatura percepita]

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