PECCATO


Lo sferragliare del treno di ritorno, lo stesso di due coltelli che si affilano e si preparano, come se i binari avessero deciso di tagliare, ferire, far sanguinare il ritorno a casa. Complici due galline ebeti che parlavano a voce alta nella carrozza silenzio, tutte le cose elettroniche scariche e l’unico libro finito, si chiude gli occhi e si pensa. A mercoledì, al mese passato, al tentativo, alla possibilità, alla sfida.
Quello che accompagna a casa, con una sigaretta che si fuma da sola e un odore di candele da chiesa tardogotica per strada, non è altro che la consapevolezza di quello che hai lasciato, scappando, giovedì mattina, come se la tua agenda avesse saputo prima di te che no, non sarebbe andata come te la saresti aspettata.
Ritrovo il divano come l’ho lasciato e la postazione dell’attesa di quello che non è successo. Il caricabatterie, l’acqua, le sigarette, un libro, che ci sta sempre bene. Come ne Il piccolo principe:

Se per esempio verrai alle quattro del pomeriggio, già dalle tre io comincerò a essere felice. Più il tempo passerà e più mi sentirò felice. Finché alle quattro sarò tutta agitata e in apprensione: scoprirò il valore della felicità! Ma se vieni quando capita, non saprò mai a che ora vestirmi il cuore… (Volpe al piccolo principe: capitolo XXI, p. 95)

Io ero felice già alle 18.12, quando mi hai detto “ti chiamo alle 9”. Ho finito, sono corso a casa, non ho nemmeno cenato o bevuto, ho praticato per rendere la telefonata LA telefonata. Una volta per tutte avrei capito, saputo, compreso. Avrei capito quanto il cinematografo che è nel mio cuore sia bravo nei kolossal, avrei saputo che ne pensavi, avrei compreso alcune cose che mi sfuggivano. Quel cuore in gola, quel controllo della suoneria, quel sì, beh, tre squilli e rispondo. Dirò una cretinata delle mie, mi diverte rispondere “Manicomio, dica” quando mi si chiama.
Provo la stessa paura mista ad emozione, come quando baciai Linda al Cinecittà, come quando Gemma mi prese la mano, come quando tolsi le mutandine ad Ambra, come quando dissi ti amo a Francesco sotto le stelle, in Provenza. Tutte le volte in cui Laerte ha fatto fuori Amleto, la rivincita del rifiutato. E sono le 9.05
Fatto sta che no, non chiamerai, il mio alter ego Laerte torna ad essere il rifiutato, un laconico messaggio per me definitivo. Già silente, mi sento ancora più zitto, ghigliottinato in quello che pensavo potesse essere, e si sa, un ghigliottinato non può parlare.
Posso dire di ogni cosa di aver fatto a modo mio, ma con che risultati non saprei, canta una mia amica. Cercherò di concentrarmi su questo. Ho fatto tutto il possibile, tutto quello che mi sentivo di fare.
Così ragionano i cani. Ed esattamente come un cane, ero col muso sulla porta. Un cane non sa quanto tempo passa, lo sente, ma è sempre tantissimo, una catena di ferro che srotola il cuore di continuo, perché non c’è ragione, non c’è senso, solo un tartufo nero che fa due cerchi neri sulla porta per il fiato. Tutto il fiato che esce dai polmoni del cane, mentre depresurizza tutta la paura, l’incubo dell’abbandono. I cani non sono bravi come i gatti, se gli dici una cosa ci credono. E ti aspettano. Sotto la pioggia, lungo l’autostrada, davanti a una lapide, davanti a un telefono.

E butto via tutto, una volta per tutte. Il correrci incontro e baciarci, nel parco dietro casa, come se fosse la prima volta mentre ti stringo come fosse l’ultima, quanto ti ho cercato, quanto sapevo fosse la cosa più giusta, quella per me, la trasposizione reale dell’ideale più sciocco forse, ma alla fine le cose possono essere anche semplici, non può andare sempre male, non c’è sempre Laerte, abbandono.
C’è invece l’orgoglio, la rabbia, la ferita narcisistica, il non credere sia ammissibile una cosa del genere. Lasciatemi essere tragico, è un mio diritto, distruggere la pellicola del film che avevo girato non è facile, non mi ci voleva. Ma non c’è tempo per la disperazione, è una perdita di tempo, non sarà altro che rabbia che si aggiunge ad una più grande, che covo da anni. Qualcuno mi ha detto che devo smettere di sognare, e io ho risposto che no, non lo farò, sono così e continuerò per questa strada, è l’unica che so e che posso percorrere. Posso concludere i pensieri prima di affondarmi nell’ultima sigaretta, rigorosamente al buio, riassumendo tutto in una parola. Peccato.

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