TRACIMARE


La dicotomia tra il più perfetto baratro del mal pensiero e la fallace estasi incosciente rabboccano lo spazio lasciato tra persona e ombra, in un momento per cui consapevolmente mi rendo conto del non sapere gestire tutto quello che vi si trova nel mezzo. La nostra natura meccanicistica e facilona ci porta ad analizzare il vissuto con un assurdo sistema binario per cui la logica del è/non è troverebbe la sua futile esecrazione. In quest’ottica è un attimo che si trova a tracimare. Ragion fatta per cui la percezione delle cose è distorta, perché proprio quel stare bel mezzo si ritrova rumoroso tra le due fazioni opposte e simmetriche. La chiave di lettura allora sta, mi dico, nel capire quale sia la formula giusta tra la sicurezza e l’insicurezza, tra la coscienza e l’incoscienza, tra il giusto e lo sbaglio. Vai a saperlo.

Manca un collegamento tra l’atteso e il realizzato, tra il voluto e la realtà, tra il sognato e il vissuto. Questo mi porta a scrivere, senza senso alcuno, righe su righe in cui descrivere in nome della chiarezza, quello che non riesco a capire. L’altra sera mi rotolavo nel letto e, a un certo punto, non riuscivo a capire se sentivo delle urla in lontananza, il vento che soffiava o un boiler in azione. Anche qui, la parte insonne per compensazione porta una produzione onirica di grande livello cinematografico, cose che vanno da una tigre sorridente in giardino al terrore di un’invasione di territorio da parte di una cretina coi capelli indaco.

In tutto questo filosofeggiare, ai limiti del surrealismo di forma, la concretezza per fortuna c’è. Più che esserci è in fieri, per cui sento, avverto, percepisco di aver capito quello che veramente fa per me. Sorprendentemente rientra nelle cose che più mi terrorizzano, ossia la quotidianità. Ma quel momento di riposo dalla frenesia quotidiana, quel momento su quel divano che ci vedeva così vicini con un film davanti… ecco, sta tutto lì. Quel sentire che la mia testa è appoggiata sul tuo petto, la mano sulla pancia, la coperta condivisa nella ricchezza di un silenzio per cui non c’è niente da dire, spiegare, catalogare. Sono come le prove generali di quello che sarà lo spettacolo più bello, forte, appassionato. Una sensazione che credo dieci anni fa sognai, quella mano sulla pancia, quel senso di proteggere ed essere protetti, in primis da noi stessi, dalle paranoie, dalle paure, dal passato, dagli errori che rimangono come cicatrici.

Il rischio di tracimare avviene allora quando si cerca di dare una spiegazione logica, e io l’ho sempre detto che la matematica è inutile, figuriamoci sta cazzo di logica. Non è applicabile, non è la sua area, non è la sua lingua. A testimonianza di questo, ogni volta che ti vedo, ti parlo, crollano tutti gli astuti piani e progetti perché no, non è questo il campo. Stiamo parlando di cose troppo serie per avere una formula, nessuno l’ha mai trovata, ognuno ha la sua. Non so quale sia la mia, come potrei cercare di capire la tua. Io vivo di accenti, di presentimenti, profumi che sento nell’aria E vivo di slanci, di moti profondi Fugaci momenti di gloria E nel silenzio del mondo Io sento echi di infinito, cantava la Ruggiero. Sono solo quelle le cose che riesco a capire e non riesco a spiegare. Ma quella sensazione, quel momento senza tempo in cui la mia mano deve essere su quella pancia e da nessun’altra parte è l’epifania di quello che vo cercando. E non sei tu, è proprio quel momento ad essere il fondamento su cui si basa e da cui deve ripartire tutto. Fa scorrere il resto, rende più lucido il problematico vivere, aiuta la scoperta, la ricerca della bellezza. È tutto lì.

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