CORRI A 8, NON A 10


Ieri mattina al caffè si parlava di rabbia. Si vede che è una parte forte di te, costituente quasi, figlia di un grande senso di ingiustizia. Mi è stato chiesto se c’entri qualcosa l’omosessualità. Ho risposto di no, sia perché non ho mai preso nessun tesserino, sia perché ad oggi questa non rappresenta un problema nella mia testa. Non mi definisco nemmeno tale (più volte ho ammorbato i gentili lettori sulla mia avversione alle etichette) e ho replicato con franchezza: sicuramente non sono etero, tutto il resto direi di sì. Riconoscere la rabbia, prosegue la controparte, è un momento importante che deve portare alla liberazione dalla stessa, dice. E aggiunge anche: Andre è ovvio che se non ti liberi dalla rabbia corri a 8 e non a 10 come mi dici sempre che vorresti e puoi fare.
Ragionando solo per immagini e spezzoni di VHS, vedo un RVM dei Cavalli Marci, “Pessimismo e fastidio, pessimismo e fastidio, pessimismo e fastidio”. Rido. Quindi è come se corressi con sacco di patate dietro, aggiungo. [Scritto è molto più divertente che detto. Qui si potrebbe intendere un folto numero di belle ragazze che mi inseguono per adulazione o disprezzo, ma giuro, io intendevo dire col sacco di iuta modello Fantozzi. Mi rivedo anni fa, quando correvo sul lungomare di Trieste, con dietro sto sacco e parecchi “ara sto mona” diretti a me.]
Facile pensare a quale sia l’elemento di rabbia più recente. Però senza scadere nel semplicismo dell’episodio, secondo me va pensato a tutto quello che è il sacco di patate sul groppone. Che non è che se corri lo senti di meno, quei chili sono sempre quei chili. Mi piace parlare con le persone sagge perché mi mettono in moto il cervello. Poi per sfiga vostra invece di pensare scrivo. Tant’è. Allora mi ritrovo a pensare: qual è il motivo per cui la rabbia non rimane episodica ma diventa strutturale, cosa fa sentire l’ago ancora dopo la puntura. Insomma la puntura non c’è più, nemmeno il tondino rosso della crosta di sangue, là sotto è tutto come prima, le vene perdonano (non quelle varicose, si vede che vivono di acrimonia estetica). Non lo so, non mi viene la spiegazione e ho pure finito le sigarette.
Di certo non smetterò mai di arrabbiarmi per due motivi: il cattivo gusto e la deficienza. Perché credo non siano destinate all’estinzione (col monospalla pare ci siamo riusciti, rip). Quindi va fatto un distinguo tra la rabbia momentanea e quella del/col/per il passato. Premesso che la lobotomia è sa escludere, vo pensando a come liberarmi da quella che permane, come quel quadro che sono anni che è storto in soggiorno e non c’è verso di far star dritto.
Provo a cercare la lettura migliore, quella più affine al mio presente. La rabbia per il passato è una perdita di tempo. Non ho tempo per nulla ultimamente, lavoro tutte le sere e (ciò fa cadere la mia fama di viveur milanese), devo mettere in calendario i caffè e prenotare giorni e millenni prima i miei viaggi. Però non è che metto in agenda “essere arrabbiato dalle 9 alle 11”. Di sicuro, e l’umanità mi è testimone, è evitabile rivolgermi la parola prima delle 10, anzi prima che la rivolga io. Lo faccio per il bene dell’umanità di cui sopra. C’è solo una cosa che mi consente di non essere arrabbiato la mattina (Mamma non leggere oltre, grazie), ma che non è elegante scrivere e soprattutto necessita una presenza di fiducia in camera da letto. Perché certe cose richiedono bravura e dedizione. Dicevamo.
Allora, visto che non mi prende effettivamente del tempo la rabbia, posso forse affermare che mi rallenta? Ecco, forse ci sono. Se penso ad una cosa e mi sale la rabbia per quello che è accaduto e le conseguenze, perdo tempo e influenzo negativamente il vissuto, il presente e le esperienze. Mi rallenta il pensiero, occupa spazio magari utile ad altro nel mio limitato cervello.

Boh, non lo so, non capire perché mi porto dietro la rabbia mi causa rabbia. Vaffanculo.

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