ESTREMISMO SENTIMENTALE


Tanto da non sapere da dove cominciare. O ricominciare. No, forse è giusto dire cominciare. Perché una cosa del genere, io non l’ho provata prima, eppure, allo stesso tempo la provo da anni. Più o meno da quando ti sogno, da quando finalmente mi sono permesso di capire bene chi ero. Parole scritte sui sogni fatti, sogni che partivano dalle parole che no, io non ti ho mai detto. Chissà se mai troverò la forza, il coraggio, perché finché sono nell’onirico, nella tastiera o nella testa sono al sicuro. Sono al sicuro loro e sono al sicuro io.
No, il fatto che ora sai chi sono e che ci parliamo non mi aiuta per niente. Perché mi pare di avere di nuovo sedici anni, di non sapere cosa dire, cosa fare. E sono sicuro del fatto che riesco a dire la cosa sbagliata, a fare l’azione sbagliata. Però, tant’è. Non esiste il caso, e quello che sta succedendo un motivo ce l’ha di sicuro. C’è chi dice che ti ho idealizzato, perché in quella faccia pulita io ci vedo tutto quello che dovrebbe essere. Forse è vero. Forse non ho mai capito niente e i fatti lo dimostrano. Di una cosa però sono sicuro. Sarà legato all’età, ai cambiamenti in corso, a quello che vivo, che penso, che scrivo. Sono sicuro del fatto che sia la cosa giusta per me, che non ho intenzione a scendere a compromessi di cuore. Basta. Non fanno per me, quanta stima per chi riesce a far funzionare le cose che senti che beh, insomma, non sono proprio come vorresti. Un estremismo sentimentale è quello che ci vuole, è ora, è il momento che venga applicato. L’ho fatto per quello che ho studiato, per il lavoro che faccio, per l’uomo che ho capito di essere. Il tutto con una serie di difetti a me chiari, evidenti che però mi sono stancato di dover dichiarare (giustificare mai), e per questo sto cercando davvero di cogliere il valore mio, nell’accezione più assoluta del termine.

Non credo tu mi stia aspettando, non so nemmeno se faccio parte del tuo campo visivo, eppure avverto una forte consapevolezza di quello che, tuo malgrado, mi fai sentire. Una cosa vicina, prossima, adatta a quello che può essere per me. Una sensazione di pienezza e gioia, di tranquillità e affezione al momento dell’incerto, dell’attesa, del disamore della semplicità dell’incontro fugace, odierno, metropolitano. No, non è nulla di questo. Per intenderci, per come vedo la cosa, siamo ai livelli del: sì, tu, non mi serve altro, non mi servirà. Non ho mai creduto al per sempre, ma ora… Questo non ha nessun senso logico, Bellomo. Non ho gli elementi per dirlo, per provarlo, per testarlo. È solo quello che sento, penso, avverto. Me l’hanno detto gli amici quando parlo di te. Non ti ho mai visto così, sorrido imbarazzato, sguardo a terra, mi distraggo, ma sempre con quell’espressione beota, incancellabile oramai.

Il dogma in questi casi prevede che l’infatuato ipotizzi soluzioni possibili al raggiungimento del cuore della bella, del come sarà, del come si immagina sarà il vissero felici e contenti. Ecco. A me non me ne frega proprio niente. Come sarà quando… E quando… No. Quello sarà dopo, non mi interessa davvero pensare ai prossimi anni l’uno accanto all’altro. Perché mai dovrò essere felice solo a quel punto. Non ha senso. Io sono già felice di base, e sì, lo ammetto, molto più felice quando ti vedo, di solito per almeno quattro giorni. Fatto sta che ti vedo spesso e quindi, mi succede di essere molto più felice spesso. E nei giorni più neri, mi succede addirittura di essere felice. Fa’ un po’ te. Ed è questo il valore aggiunto per cui mi sento come quando Jules dice a Michael “Scegli me. Lascia che io ti renda felice”. Ma perché mi ci sento io, non perché questo sia per te un motivo.
Sai, c’è una ragione di più per dirti che è così che vedo la cosa.

Oggi camminando da bravo cane randagio sotto la pioggia senza ombrello (beh è ovvio, hai mai visto un cane con l’ombrello?) per andare in aula, passo per piazza San Sepolcro. Noto questa statua, di cui non so nulla e mi blocco. Pura attrazione, non so quando sia stata fatta, non so cosa rappresenti, non so chi l’abbia messa lì. Eppure non riesco a smettere di guardarla, l’estetica come sempre mi frega e ne rimango affascinato, attratto, dipendente. Devo andare. Finita la lezione, nelle cuffie mi ritorna Purple Rain, la stessa canzone che avevo sentito guardando l’opera.You say you want a leader But you can’t seem to make up your mind I think you better close it And let me guide you to the purple rain. Ed ecco che mi parte la testa. Sono sicuro che comparirai dietro l’angolo, tanto che sto già sorridendo prima di incontrarti. E sei lì dietro, mi vieni incontro, con quel sorriso perfetto che pende un po’ a sinistra. “Ciao. Passavo di qui.” “Anche io.” E mi perdo in quello sguardo, che mi trafigge esattamente come quella statua pochi metri più in là, per sempre, da sempre presente ma che ora, solo ora come non mai si posa su di me, e il mio cuore ricoperto di filo spinato esplode rompendo la trama tagliente, che cade a terra come la pioggia, della quale non rimane mai traccia su un marciapiedi. Un atto estremo di libertà che sottolinea che io non sarò mai tuo e tu non sarai mai mio, perché non è il possesso, la proprietà, il contratto ad unirci, ma tutto quello che non può essere scritto, scolpito, raccolto, respirato. Come in un film, tutto si ferma, rimaniamo io e te, vedo il respiro del tuo petto, che è come il mio, perchè abbiamo la stessa materia rossa là dentro che non ci permette, non ci aiuta nell’esporre quello che forse nemmeno va detto, impalpabile, pregno, atomico. Là ci darem la mano, là mi dirai di sì, vedi non è lontano, partiamo mio ben da qui. Andiamo, respiriamo, ridiamo, piangiamo, mangiamo, dormiamo, camminiamo per le nostre strade, ma teniamoci per mano. Ora.

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