FACCIA DA SCHIAFFI


Chiudo il bar e ti raggiungo, disse all’amico in visita. Quasi un’apparizione, quello di sempre, da sempre schivo e irraggiungibile, ma che da trent’anni era quello del cuore. Ne avevano passate tante assieme, profondamente diversi, uguali, legati. Lui matto, non dava spiegazioni, compariva dopo anni così, senza preavviso. Quante volte l’avrebbe strozzato, quella semplice megera del suo amico. Si videro, risero, scherzarono, promisero di rivedersi e sì, lui sarebbe tornato. Non dovevano darsi molte spiegazioni, si vedeva che erano in una fase di cambiamento, l’inevitabile (e quindi evitabilissimo) ingresso in una fase più profonda, matura, cogitabonda. Lo accompagnò al treno, sorrise, come sempre faceva con lui e con poche persone nell’universo.

La aspettava un vernissage, come avrebbe detto l’amico, la aspettavano gli altri perchè Carmine inaugurava la sua mostra, avrebbe detto lei, che non si faceva tanti problemi. Il telefono squillò, Giovanni. Ah Giovanni, Giovanni, la rivincita, la rinascita dopo una lunga, importante, forte relazione finita qualche mese prima. Donna tutta d’un pezzo, dalle decisioni forti e dirette, stupì l’amico ricomparso raccontandogli questa cosa, perché si accorse che lui notò una sorta di puerile imbarazzo, una riservatezza che non era da lei, quasi un rispetto per quella chance che aveva deciso di darsi. Giovanni era un bel moraccione, dallo sguardo furesto, maschile e meccanico. Aveva solo un piccolo difetto, per lei. Era più giovane. Quando lo raccontò il suo compagno di sempre in visita sorrise, perché la differenza di età era minima, considerati gli errori che lui era abituato a fare. Superata la voglia di tirargli in faccia il piatto di sarde in saor per aver riso di lei, sembrò quasi rassicurata.

Giovanni. Rispose e guardandosi in una vetrina di una drogheria appena dopo un ponte, si accorse di stare giocando coi capelli, come una sedicenne. Si guardò subito malissimo nel riflesso per redarguirsi dell’errore commesso. Parlavano mentre lei camminava verso gli amici, pensava che il regalo giusto fosse una cassa di birra, ma si sa, Venezia non aiuta i trasporti eccezionali almeno che tu non sia Angelina Jolie che ruba un taxi in mezzo a una sparatoria. Lei da sempre avrebbe voluto sparare alla Jolie, anche per un dubbio scentifico: quelle labbra avrebbero comunque galleggiato? Si era distratta, Giovanni stava zitto. Un caratterino. Maschio.

Accese una sigaretta, si guardò attorno in quel momento in cui Venezia torna ad essere una città, i turisti sono tutti a mangiare malissimo, la città è zitta, ci sono solo rumori di acqua e vaporetti. Che pace, che pace infinita, respirare quel buio pacifico le ricordava perché aveva scelto di vivere lì, era come una doccia a fine giornata piena di storia, di storie, di inconcepibile bellezza. Sembrava fosse passato un millennio, tutti i morti, santi, uomini battaglieri e donne che erano raffigurati nel Paradiso del Tintoretto, erano lì, zitti e muti, attorno a lei che contemplava, assorta, la fine della sigaretta. Ne conosceva la storia, sapeva tantissimo di arte, l’aveva studiata, l’aveva fatta, aveva fatto una tesina al liceo che era un omaggio a Fontana, ma si sa, in provincia non tutti apprezzano una che regala alla commissione delle piccole opere laccate di rosso e incise, con tutta la rabbia e la passione di una che ha 18 anni e sta per fare il cavolo che vuole nella vita. Arte.

Giovanni il bello, il giovane, il furesto l’aveva raggiunta. Starò sbagliando tutto, non starò sbagliando niente, ma qui e ora, sono tutta per te, sei tutto mio, faccia da schiaffi. Il trucco scuro di Erika lo avvolse completamente, avvolse la città, la laguna e pure qualche piccione. A Giovanni piaceva l’arte.

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