PERFETTO


Il solito tragitto, su e giù per i ponti per arrivare in studio. Il sole, inaspettato rendeva tutto troppo luminoso per essere marzo, mese di piogge e umidità da far afflosciare anche i biglietti da visita. In testa, o meglio nelle orecchie un tango, De vuelta a bùlin, rendeva divertenti i giapponesi perduti nelle calli, scenografici i gondolieri, come i vecchi che ciondolanti sembrava stessero ballando con tutto l’umano possibile in pochi metri di marciapiedi. Marciapiedi. Che bella parola, che poco senso aveva visto che lì strade non ce n’erano. Si era distratto, non era pratico, a Venezia passava ogni tanto e stava per perdersi. Lo sapeva, lo faceva apposta. L’aveva imparato a casa: sbaglia sempre strada, sarà sempre la tua gli diceva l’occhioverduta madre. E lo applicava puntualmente. Non appena vedeva souvenir, maschere e caffè a 3 euro girava in un vicoletto, sentiva un odore misto di ammorbidente e merda, perché nelle piccole calli è così. Niente negozi, porte con numeri lunghissimi, tutto stretto, si sentiva più alto, più massiccio là in mezzo. Le piazzette, le piazzette coi vecchi seduti a parlare, le vecchie a prendere un caffè leggendo il giornale, sempre col sole in viso. Il cielo azzurro sfacciato, l’acqua nel canale color bottiglia.

Non era ancora ora di pranzo, ma lì il caffè dopo le dieci è da stranieri. Ritrovata la strada maestra, proprio lì del ponte di San Antonio, la Vecchia Carbonara, che sapeva di legno e 50 anni congelati. Un rosso, un’ombra di rosso, ci vuole. Seduto nel retro guardava dalla finestra passare le barche, il sole che batteva addosso a una facciata caduta dall’umidità e pure perfetta nei suoi giochi di marroncino decadente, perfetta. Salutò il banconiere (ci teneva a dire banconiere là dentro) alto, nasone, con un filo di barbetta e due spalle così.
Era passata poco più di una decina di minuti, ma fuori era esattamente tutto come prima, la gente, su e zò, gli sperduti, le cartine, quegli orrendi bastoni per i selfie, altra parola orribile. Era tutto come prima, tranne per un piccolo particolare. Notò un telefono puntato verso l’intersezione tra due palazzi che vantavano duecento anni di differenza, poi un giacchetto di pelle nera, un paio di occhiali marroni, una barba rossiccia. Il gondoliere si avvicinò al malcapitato, proponendogli un giro della vergogna per troppi euro. Il rossiccio sorrise, scosse la testa, disse di no. Era sicuro di aver percepito un va’ in mona dal gondoliere, ma era distratto, il rossiccio continuava a fare quella foto, a controllare come fosse venuta, puntando l’arma verso altri scorci.
Il rossiccio girandosi sollevò gli occhiali sulla fronte, rivelando due occhietti scuri in tutto quel chiaro, birrichini, avrebbe detto con due erre Lucio Dalla. In quel momento, il loro sguardo si incontrò, fu un attimo, abbastanza lungo per essere un attimo, il rossiccio sorrise, Alfredo non abbassava mai lo sguardo, aveva uno sguardo profondo, dritto, sicuro. Quello sguardo che sconvolse l’attempata e pazza prof di Latino che lo etichettò come farfallone già in prima liceo. Abbozzò un sorriso sotto la barba scura, riccia, ribelle. Non disse nulla, come nulla disse il rossiccio. Ai tempi in cui l’arte era ancora un esperimento, l’avrebbero chiamata performance, oggi flashmob. La gente continuava a passare, loro due erano fermi, impassibili, mentre in mezzo passava un gruppo di romani con la guida che gli parlava nelle cuffiette. Come un leone e una gazzella, pronti a scattare. Alfredo non andò verso la preda, girò a sinistra, il rossiccio girò speculare e fecero il ponte sugli stessi scalini, a distanza di sicurezza fino all’arrivo di un trolley, che li costrinse ad uno scontro spalla a spalla.

Pardon, disse Alfredo, il rossiccio sorrise, si tolse le cuffie. Mi chiamo Alessio, disse, togliendo ad Alfredo tutti i sogni di aver trovato uno svedese in gita e future colazioni a base di aringhe. Alfredo, replicò.
Un messaggio per liberarsi dell’impegno e Alfredo si diresse verso San Marco, per andare al palazzo Fortuny. La mostra era La divina Marchesa, dedicata a quella pazza di Luisa Casati, di cui non sapeva quasi nulla, se non che era stato rapito da quello sguardo nero e intenso del quadro che la ritraeva. Il rossiccio non accennava a cambiare strada, non diceva nulla, faceva le foto sempre, quasi a dover ricordarsi ogni angolo, ogni taglio di luce, ogni disattenzione del progresso urbano. Ogni tanto si guardavano, continuando a non dire nulla, abbozzando timidi sorrisi finchè arrivarono al palazzo. Una cassiera troppo maleducata per essere vera mise a dura prova i nervi di Alfredo, che non rispose alla provocazione della cafone perché era troppo preso dal dare la migliore immagine possibile di sé. I giacchetti si aprirono, il rossiccio era molto magro, la camicia in jeans di Alfredo mostrava le giuste bombature degli allenamenti serali.

L’atmosfera del Fortuny è decadente, bohemienne, patafisica e perfetta per la vita di una che di normale aveva solo il nome: Luisa. Poco illuminata, arazzi, quadri, memorie, vetrine e una sala sulla sinistra, stretta, di sicuro non a norma. Passò prima Alfredo per la piccola porta, poi si girò di scatto. Il rossiccio, Alessio, era a un tiro di bacio dalla sua faccia. Uno sguardo e nemmeno un battito di ciglia segnò un intreccio di baffi e barbe tra il nero e il rosso, un fremitio dei loro corpi davanti a un leopardo imbalsamato che assisteva alla scena, senza dire nulla. Arrivò qualcuno, i due si staccarono, proseguirono a visitare la mostra. L’ultimo piano li trovò a sfiorarsi la mano, una cosa troppo intima, fuoriluogo per qualsiasi essere umano, eppure perfetta lì davanti, a quella parete che aveva sei strati di intonaco e decorazioni che sembravano bombardati da una corrente di contro-restauro. Perfetto. Perfetto come quell’incontro, che magari sotto ne aveva altri sei strati di incontri, mancati, sbagliati, regalati. Si guardarono sorridendo.

Io in verità avevo il treno due ore fa, disse Alessio. Io in verità due ore fa non avevo attività cardiaca, disse Alfredo. Era campione di frasi ad effetto tendente al cretino. Alessio sorrise. Era più forte del bacio rubato al piano di sotto, gli sorridevano anche gli occhi. Devo davvero andare, aggiunse il rossiccio. Ti accompagno. Non si raccontarono niente, niente nome cognome, indirizzo, lavoro, partita IVA. Arrivarono alla stazione, il treno di Alessio sarebbe partito in pochi minuti. Il tempo di un saluto, un bacio ancora con una stretta forte da tango, come quello che Alfredo ascoltava poco prima di incontrarlo. Lo strinse forte a sè, lo guardò, guardò il tabellone e vide che la direzione era Milano. Anche io vivo lì –disse Alfredo-, per fortuna che non ci siamo mai visti lì, aggiunse amaro. Per fortuna ti ho seguito oggi, disse Alessio.
Il treno partì, si guardarono dal vetro, Alfredo aprì la mano per salutare, gli disse Guardati in tasca. Gli aveva messo il biglietto da visita afflosciato dall’umidità in tasca. Alessio sorrise di nuovo in quel modo perfetto.
Era tutto perfetto.

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