MA TU SEI QUI PER ME?


Le due. E mica il sonno arrivava. I pensieri invece erano lì, tutti lì, e in più una canzone facilina da radio rimasta in testa che no, non va. Soprattutto non c’entrava niente con i pensieri. Aggrovigliati come le cuffiette messe in tasca. L’amico momentaneamente lontano gli aveva appena scritto che laggiù, in Extremadura, sarebbe stato meglio vivere a testa in giù, perché il cielo era troppo grande. Immaginava sotto quale cielo stellato gli avesse scritto quel messaggio, guardava fuori e notava quel terribile riverbero rosato tipico delle metropoli.

Pensava al mare, che aveva appena lasciato. A quel legame indissolubile. L’aveva rapito, da sempre. Quello verde croato da piccolissimo, quello marrone adriatico da piccolo, quello francese coi fenicotteri alle medie, quello grigio in vacanza studio, quello blunero in Irlanda, quello brutto a San Diego, quello piatto del primo traghetto, quello asburgico dell’università, quello gelido dietro Sausalito, quello forse più suo, selvatico, di Sicilia e Sardegna, quello anni ’50 della Liguria, quello strano che nemmeno vedi a Tokyo, quello col sole che ti tramonta dietro e che non rivedrai mai più, che ti lascia il freddo sulle spalle.

Una terribile sensazione di nostalgia per la settimana appena passata. Sentiva ogni notte, tutta la notte, le onde che incontravano la spiaggia. E dire che era in casa, al sesto piano, con la finestra chiusa. Le persiane, no, mai giù. Era un ricordo legato a sua nonna, che alle 19.30 trasformava la villa di famiglia in un rifugio antiatomico. Si era sempre detto: starò al buio una volta sepolto. E pur di non starci, lasciò detto di farsi cremare. Avesse vissuto in quella casa a Sanremo, d’estate avrebbe dormito in quella terrazza a 360 gradi tutte le notti.

Questo forte legame lo incuriosiva, ma nemmeno più di tanto. Trovava bizzarro come per uno nato al centro del centro della pianura ci fosse un forte richiamo al mare. Per fargli il più grande dei torti, invece, bastava portarlo in montagna. Gli saliva una sensazione di ansia tale da non farlo respirare. Fiato corto, voglia di chiudere gli occhi, quel pieno-vuoto delle montagne era assillante, lui bramava il vuoto-pieno del mare.

Ci passava le ore, quando ci viveva, ci andava ogni settimana quando abitava a un’ora di macchina. Lui e il cane. Camminavano, correvano, si lanciavano sabbia e bastoni, facevano il bagno (anche quando era vietato), le foto con la reflex, bevevano un sacco di acqua e se li guardavi bene, davvero non capivi chi dei due fosse l’umano. Il boxer che, ovviamente, si considerava tale, o lui che dal primo cane, suo coetaneo fosse ancora vivo, aveva sempre voluto fare cambio. Chi non può parlare riesce a farlo ugualmente, e pure meglio, perchè non ha il morboso piacere di ascoltare la sua voce, di solito usata per far diventare vere le cazzate che si pensano. Sì, ne era convinto: parlare era davvero un mezzo per convincersi.

Il giorno dopo, anzi qualche ora dopo, avrebbe dovuto prendere un treno. La sua volontà, invece, sarebbe stata quella di salire in macchina e andare al mare più vicino, quello che aveva appena lasciato. Voleva salire in macchina e guidare tantissimo. Pensava a Davide, che nella costa opposta, qualche tempo prima aveva preso la sua jeep nuova fiammante ed era partito, dritto, sulla costiera, per fare un salto lunghissimo, verso il mare, non tornando mai più.

Voleva arrivare al mare, andare di fronte al mare, dichiarare il suo amore che l’avrebbe fatto lasciare Milano per sempre, senza rancori, rimorsi, dubbi. L’avrebbe guardato nel nero più nero dei suoi occhi stessi, col fiatone per aver corso dalla macchina alla battigia. La portiera lasciata aperta, i fari accesi, come in una foto di Crewdson, sulla spiaggia solo le orme dei suoi piedi. E lui era lì, che quasi ansimando, come solo ti succede quando ti scoppia il cuore perché senti che ti sei innamorato, che sì, è la cosa giusta da fare, solo lì e ora, per sempre, forse mai, ma senza sbaglio alcuno è il tuo posto.

Deglutì, i riccioli neri e la barba gli facevano l’ombra sulla spiaggia illuminata dalla luna, il rumore delle onde era il suo mantra personale, i suoi occhi avevano onde lacrimali, sentiva l’acqua di tutti i mari visitati addosso, e con la voce rotta, ma ferma, gli disse: ma tu, sei qui per me?

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