RIDEFINIRE


Sanremo per me è tante cose. Da sempre il festivàl che guardavo da bambino, dal 1992 con copiosi occhi al cielo in famiglia, ché quella volta c’era solo un televisore per piano.
Il Festival di cui ho fatto sempre tutte le imitazioni e dirette via mail (nel 1997 non c’erano i blog) nonché via sms (sono sempre stato bravissimo nello scegliere i piani flat). Quello del mio primo blog del 2003 e delle finte dirette radio registrate in taverna. Insomma, mi pare evidente che un un legame ci sia. A molti il Festival fa schifo, ma non ho mai capito perché io mi debba vergognare di seguire 5 giorni di baracca all’anno e altri possano liberamente parlare, “scrivere”, commentare il calcio ad ogni minuto e occasione. Non sono due cose ugualmente inutili? E non rompete sul fatto dei soldi, Sanremo in confronto al calcio costa come un caffè.

Poi succede che per una serie di giuste circostanze e meriti, ti trovi di punto in bianco ad essere inviato lì per L’Espresso. Non è difficile quando la generazione precedente ha l’intelligenza sociale di capire il cambiamento e in credere in chi ha meno di trent’anni e una barbetta scapigliata (e pare sappia scrivere). Ce ne fossero di persone così, la base mi pare sia quella del “nemico alle porte”, quella per cui “noi vecchiacci con l’ego ipertrofico facciamo i giovani e usiamo la rete”. Questo accadeva quattro anni fa. Ricordo quanto ero sperduto e orgoglioso, come sentivo il peso della responsabilità di scrivere per il più grande settimanale italiano. Arrivavo in sala stampa alle 9 di mattina e uscivo alle 2 di notte. Ascoltavo tutto, leggevo i dati, mi guardavo poco attorno.

Un giorno, ho alzato gli occhi, è passato uno coi baffi. Con un sacco di denti, di bei denti, sorrideva sempre, aveva delle belle spalle. Federico. Ci sarebbero stati altri due festival assieme, abbiamo vissuto, vissuto una bella storia di libertà e crescita. Poi ha commesso il reato di non amarmi più, è finita. Il suo cuore successivamente ha cominciato a battere per qualcun altro, il mio era sofferente, ma poi cominciò a pulsare fortissimo, mi sentivo di nuovo amato e abbracciato, tantissimo, da un altro, un viso perfetto, che avrei poi rubato alla provincia e portato a vivere con me. Esattamente un anno dopo, tutto finì, a distanza di tempo lo confermo, finì nel peggiore dei modi. Tanto penso a quanto era bello l’inizio di tutto, quanto mi fa soffrire vedere come ci siamo ridotti.
E alle conseguenze pagate, partendo dalla prima, il cuore a pezzi, brandelli, scoppiato, evaporato.

Nel frattempo le cose con Federico, con cui non volevo più parlare, si sono ridefinite.
Sì, credo sia questo il vocabolo giusto. In questi giorni di Festival, ero a casa dei suoi zii. Fa parte delle botte di culo per cui quando vado in giro per il mondo vengo ospitato in posti pazzeschi. Siamo cresciuti, di sicuro le nostre differenze si sono acuite, io sono un vecchio cencio che ha avuto un anno di inferno e si vede in ogni singolo millimetro del mio volto. Lui sta ancora con Matteo, spero siano felici, e soprattuto che Fede non passi quello che ho dovuto passare io, mai. Perché lui è un puro, un buono, un non calcolatore, non se lo merita. In questi giorni l’ho visto maturato, cresciuto, più tranquillo. E ne sono davvero felice.

La cosa che più mi ha fatto piacere, lo ammetto, è la quantità di affetto incondizionato che ho ricevuto. Da lui, che non mi dovrebbe proprio niente e mi apre casa, si preoccupa se ho mangiato, e siccome sa che non sempre lo faccio, mi lascia il suo panino. Dagli zii vecchi che non sanno chi ero una volta per lui e mi hanno lasciato l’ala est dell’attico e due colf, una sudamericans e la sosia di Krizia. Dalla mia ex suocera, la super Roby, che ci teneva tantissimo ad avermi al suo pranzo di compleanno, tanto da chiamarmi per avere conferma e dirmi “vienimi a trovare con la bionda”. Da il suo babbo, che oggi mi ha abbracciato con forza, bello. Dai cugini e gli altri zii che mi fanno sedere a tavola come ad uno di casa. E non parlo poi dei miei amici del Festival, che mi sembra ogni anno di averli visti il giorno prima, mentre ridiamo sulle piccolezze della sala stampa (soprattutto con quella che ha una risata sguaiata).
Sentirsi bene, sentirsi a casa, sentirsi coccolati per sciocchezze, stare nel mondo 3D sono quel quotidiano di molti che per me rappresenta lo straordinario. 

E quindi, mentre scrivo in questo treno del secolo scorso che passa in mezzo ai palazzi liguri degli anni della ricostruzione, guardo alla mia destra il mare avidamente, ché mi manca moltissimo, solo chi ha vissuto con il blu davanti e non solo sopra la testa può capire. Milano è lontana da tutto, altrochè capitale d’Italia. E mentre questo treno va piano e vedo che la luce giallo povero della carrozza non mi fa più vedere il mare, mi accorgo di quanto l’amore che c’è stato sia stato strutturale e quanto si sia ridefinito in una forma di affetto profondo, incondizionato, viscerale. Non so se sono in grado di definire un innalzamento, un’espansione del sentimento, o un’evoluzione dello stesso perchè davvero, io di queste cose non so occuparmi. Sono un cane, un cane randagio, ho un cuore di cane, che non capisce tutte le sfaccettature e ne ha prese tante.
Ho un cervello limitato che devo strizzare per riuscire a riempirmi la ciotola tutti i mesi, da anni. Cerco però di scriverle ste sfaccettature, per capire meglio. Su questa cosa del cuore, affetto, sentimenti, amore, mi accorgo che nonostante la mia vecchiaia schifosa, ho la stessa capacità di espressione di uno di 5 anni a cui viene chiesto di disegnare la reggia di Versailles. 

Tuttavia posso concentrarmi sulle percezioni più che sulle definizioni. Forse è l’unica cosa che posso fare al momento. Un cane queste cose le sente, i cani non fingono le simpatie o le antipatie, la coda non si può comandare. La tendenza a definire annebbia la capacità di percepire. Solo che la definizione è esogena, insegnata, applicata, la percezione è innata. Lo sai, lo senti quando ti vogliono bene.

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