FUORIPROGRAMMA


Non so se si possa definire downsizing territoriale o semplicemente ritorno alla realtà. Fatto sta che ieri, mettendo una forte controtendenza al periodo orso e malmostoso, si è usciti, tutti. A dire il vero io mi sono proposto già in settimana di stare fuori tutte le sere. E l’ho fatto. Dovevo stare lontano dal computer, da tutte le opinioni di cui non ho bisogno, da tutte le informazioni che non ho voglia di ricevere. Essere connessi non significa aver volontà di essere aggiornati. Quindi via, lontano dalla pagina blu e bianca.
Dicevo, ieri dopo 12 ore di shooting, ho raggiunto i miei amici del cuore nel posto che avevo scelto, un posto che non fa figo, in cui non sanno chi è Tisci, in cui non devi mangiare un hamburger decostruito ma gourmet da 18 euro. Non scrivo dove, perché, sinceramente, sono geloso di aver trovato la piccola oasi umana nel mezzo di Milano, un posto che mi ricorda Jannacci, Gaber, i bar di paese. Ancora più balera della famosa Balera. La forza di stare al tavolo, frugale, senza fronzoli, a parlare di cuore. Mi pare incredibile scrivere di queste cose come di un’esperienza particolare. Dicono si chiami realtà. Ma la cosa che mi ha sorpreso ancora di più è che tutti noi cinque, che per motivi diversi abbiamo pensieri diversi, avevamo lo stesso approccio alla nostra conversazione al tavolo. Io c’ho questo problema a vedere sempre le scene dei film, ma posso dirlo, veramente, che mancava solo che ci fosse Jannacci che cantava in un angolino. O, se vi piace di più, Gabriella Ferri che cantava Remedios. Però, credetemi, Ci vuole orecchio ci stava benissimo uguale. Tutte conversazioni sanguigne, accese, piene che se fatte sul social o su whatsapp avrebbero avuto un potenziale di fraintendimento e fallimento del 90%. E tutto diventa più bello, mangiare e poi buttare sul piatto i pensieri più pensierosi, affrontarlo, discuterne, mandarsi a cagare, riderci su, e bere quel terribile vino rosso frizzante, che andrebbe bandito come il rosé. Sai quando tutto è bellissimo? Ecco, anche se non c’è sound design, light design, design del design. Niente, anzi, ho visto poche volte una luce così perfettamente brutta. E il film non mi finiva più, perché la bionda faceva amicizia col cameriere, la vecchia giocava a flipper, un barbuto mangiava i pizzocheri, entrava uno bello, una culona, una vecchia che era uguale alla bionda con 60 anni in più, il bello che si sedeva, i barbuti moro e biondo che mi dicono che mi piace il bello perché mi ricorda qualcuno, io che sono d’accordo con la bionda, poi no, poi col barbuto, addirittura con la vecchia, che però non è d’accordo col barbuto e con la bionda sì, nel frattempo il cameriere si prende 20 euro di mancia da noi perché per forza quel vino ci ha drogato, fumiamo, rientriamo, ci sono due ragazze che cantano Mina e si fanno chiamare Le Mine Vaganti. Il film nella mia testa riprende con un cambio scena, il teatro sembra un posto riesumato dal dopoguerra, ognuno si prende la sua sedia. Siamo seduti tutti vicino, cantiamo e io riesco nel mio record di riuscire a stonare tutte le canzoni proposte. Nel frattempo passano dei giri di amari, ma non si smette di cantare. Stiamo tutti ridendo, io guardo i miei amici nel buio della sala, ci starebbe una di quelle riprese fatte col carrello, ogni sguardo ha una storia, le loro facce non mentono su nulla. Il concertino finisce. Peccato lasciare quel luogo, peccato finire la serata così presto. E lì scatta l’imprevisto, il fuoriprogramma. Andiamo a bere l’ultimo giro all’Alphabet. Assolutamente fuoriprogamma, non previsto, sbagliato visto che due di noi avrebbero lavorato oggi. Ma la macchina è lì davanti, noi stiamo troppo ridendo e via. Si va. Vantando una serie di acuti su Chandelier e un piccolo contromano, arriviamo. Non usciamo da tempo, da tantissimo tempo. Non balliamo dall’anno scorso. Il locale è a festa, è l’anniversario, una data importante, che noi non abbiamo nemmeno preso in considerazione. E’ incredibile quante pare riusciamo a farci. Fatto sta che c’era una fila lunghissima, che non facciamo. Appena ci riconoscono, entriamo, niente fila, niente lista, niente biglietto. Il famoso ultimo giro finisce alle tre. Nel frattempo balli proibiti, baci rubati, incontri inaspettati. Vale come la conversazione al tavolo di prima. Uguale Anche se prima eravamo fermi e parlanti, ora siamo moventi e quasi zitti, c’è la musica, ci sono i corpi, il buio, la luce, la consapevolezza di essere davvero senza pensieri, a far divertire anche i tendini, le gambe, i capelli.
Li porto a casa tutti, sento uno strutturato esempio di felicità e vado a dormire.
Se raccontassi questa storia a mia nonna mi manderebbe subito in mona. Son sicuro. Fanculo facebook.

 

[Da sempre, contro l’accanimento terapeutico. Non tutto è salvabile, non ha senso e non ne vale la pena. E non si applica solo a cose e persone, ma anche ai luoghi. Ora, se effettivamente la frequentazione di un dato posto non apporta valore aggiunto o benefici, starci genera una forte dissonanza cognitiva. Di solito, la dissonanza cognitiva è transitoria, ossia volta a ridurre il gap tra le dissonanze, in modo da “stare meglio” cioè per arrivare alla consonanza cognitiva, quando a livello emotivo non ci sono frizioni. Così decidiamo di non vivere più in una determinata città, lavorare in un certo posto, “stare” in un certo posto.

Noto, leggendo e parlando in giro nei miei viaggi, che la gente si è rotta di un certo ambiente, che è molto intenzionata a lasciarlo o che non ne trae nessun beneficio. Indovinate quale.]

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