NON CONFORME


-E tu poi cos’hai fatto?
-Io? Io ho perso.

Non era assolutamente dell’umore, non voleva, non gradiva, non capiva. Gli anni ormai erano passati, tutto era già visto, già fatto, già sperimentato. Questo perché si era abbassato alla legge di conformità, il livello si stava talmente abbassando che spiccava, per intelligenza. Sapeva di esserlo, ma non aveva mai voluto applicarsi. Avrebbe potuto fare molto di più, petulavano a scuola. Chissenefrega, la risposta a tutto. Eppure la sua Wendy era lì che lo ascoltava, lo amava nonostante tutto. Wendy capiva le cose prima di lui, aveva una forza tranquilla come Mitterand nel dirgli le cose, nel capire i suoi svarioni. Perché lui era capace di stare tanto su, di tirare su gli altri quanto di buttarsi, a picco, nel precipizio più nero, in quello stupido labirinto di un metro quadrato, senza luce, senza aria, senza speranza. Erano seduti davanti a una fontana, una fontana neoclassica che nessuno conosceva in città, perché era piccola, mite, un evidente esercizio di stile all’angolo di una lussuosissima villa ormai comprata da una banca. Una di quelle fontane fatte negli anni trenta, con due tritoni, due dee ai lati. L’acqua scorreva armonica, perfetta, indifferente. Nonostante tutto.
Lei era un esemplare di femmina particolare, non una bellezza classica, una bellezza rock, bionda, piena di tatuaggi, una di quelle che non si sveglia mai incazzata con l’universo. Wendy. Avevano anche fatto l’amore una volta, perché entrambi ne erano da sempre alla ricerca e quella sera smisero la ricerca, lo fecero e basta. Lui era sicuro che lei aveva capito come funzionasse l’amore, lo vedeva da molte piccole cose. Tipo quando lui si incazzava a cena, che si sarebbe meritato almeno un bicchiere in faccia. Invece no. Questo a lui piaceva, non doverle dare mai delle spiegazioni, nemmeno nei di lui, di solito fallimentari, esperimenti sentimentali. Perché si sentiva capito. Lei lo chiamava, gli chiedeva consigli sull’amore, e lui era anche in grado di darli, perché quelle telefonate, nascoste, senza suoneria, dopo un posso chiamarti, mettevano fuori la sua parte più segreta. Il centro di tutto era sempre: fai quello che ti senti, che senti dentro, dal cuore, che ti rende felice e non ingessarti la testa prima di spaccartela. E quando te la spaccherai, sono qui con l’attack. Perché anche lui aveva sempre fatto così. Solo che stavolta era davvero stufo. Si sentiva come una lampada venuta male, non conforme agli standard. Nemmeno ai suoi. Il che ci stava, li stava ridefinendo. Non sapeva dove stava andando a parare, ma al tempo stesso aveva capito quello che gli faceva male, che non lo rendeva felice, che lo faceva soffrire. Era già qualcosa. Quando è buio nel nostro emisfero da qualche parte è giorno, dopotutto.
Eppure lui si trovava in quel bilico, quel fastidioso bivio, quella strada biforcuta tra l’attrattiva conformità e la consolidata non conformità. Conosceva bene le regole dell’attrazione e quelle della repulsione. Potevano coesistere? O no? Qual era la soluzione? Ma soprattutto, poteva esistere la conformità come concetto? A fare certi pensieri si incazzava, perché erano domande da diciottene. Avrebbe dovuto porsela prima, forse. E forse se l’era anche posta, ma di sicuro la risposta sarebbe stata (e sarebbe rimasta): chissenefrega.

[Ho scritto questo post perché mi sono messo a studiare per un progetto. Di notte, come sempre, perché di notte ho sempre preparato gli esami, e di notte perché prima non c’è mai tempo. Il prossimo che dice che i liberi professionisti fanno la bella vita lo prendo a testate. Dormire un’ora in più non è libertà, mi si creda, se lavori sette giorni su sette, e molte volte fino alle due di notte.
Insomma, mi sono dovuto studiare ben benino la sindrome di Peter Pan per trovare le idee giuste per il cliente. L’accezione, ovviamente è negativa, l’adulto che non vuole crescere, che Kiley ha chiamato in questo modo perché colpisce chi, come Peter, “finisce per rimanere imprigionato nell’abisso dell’uomo che non vuole diventare e del ragazzo che non può continuare ad essere”. E fin qui niente di nuovo. Andando avanti nelle ricerche ho visto che esiste una versione ancora più interessante. Anzi due. La prima è quella dei Lost Boys. Più che decisi a non crescere, sono sperduti. Hanno la completa coscienza delle conseguenze dei loro comportamenti, ma non il riscatto nel comportamento stesso. Cercano ancora il sogno, la loro libertà, la loro dimensione. Non è che non vogliono crescere, semplicemente non sanno di poterlo fare o non sanno come. Per questo serve una Wendy. Kiley chiama questa patologia The Wendy Dilemma. Sono le donne che un Lost Boy ha vicino. Quelle che sono lì, che sanno benissimo con chi hanno a che fare, ma che come Wendy, nonostante tutto fanno da trampolino, da consigliere, da motivatrice. Sono quelle che ti stanno vicino, che si congratulano dei tuoi successi, che ti rimboccano le coperte e al tempo stesso hanno voglia di vestirsi da pirata e di prendere il volo dalla finestra (non per un faccia a faccia col marciapiede).
Man mano che studiavo mi sono venute in mente tutta una serie di facce di persone a me care. Di sicuro io non sono un Peter Pan, mi sa che vivo da Lost Boy, che nelle relazioni sono una Wendy. E che una Wendy ce l’ho di sicuro, tanto l’avete riconosciuta.]

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