QUESTIONI DI PIUMONI


La mancanza del romanzo giusto, quello che da sempre cerchi, perché credi che i libri abbiano delle risposte. Molte volte invece hanno molte domande e anche qui ti mancano le risposte. Una cosa è certa, quella di non capire il momento giusto, in quello che fai, in quello che provi, nei voli pindarici dell’umore, dal più alto al più basso stato vitale. Come se il set fosse quello giusto, perfetto, ricercato, ma che mancasse il copione. O forse non manca il copione, sei solo tu ad essere un attore cane. La sensazione di stanchezza delle cose che ti appartenevano e che ti rendevano felice, non lascia il posto a quelle nuove che potrebbero farlo, perché non ti è chiaro cosa potrebbe renderti felice ora. Forse ma forse ma sì, diceva Vasco. I momenti di transizione sono spiazzanti perché mai ci trovano pronti all’interpretazione o alla semplice gestione. Capire quello che ti fa male fa più male del male stesso, intenderne i pesi, i motivi, le responsabilità. Capire come le cose negative offuschino le positive è già qualcosa, la consapevolezza è importante, salvifica, genuina. Le medicine non sono per forza buone. Eppure tendiamo a farci sopraffare da quelle cose che non vanno, che fortunatamente rappresentano una percentuale bassa nella gestione del quotidiano, del maledettissimo quotidiano. Darci l’opportunità di essere (più) felici è un grande atto di libertà, ma mi accorgo che siamo noi ad essere i questori che la fanno diventare vigilata. Perché, che senso ha? Alla luce di fatti nessuno, forse la sicurezza di quello che ci tira giù, ci rende inermi, incazzosi, intrattabili. Trovo non abbia senso, sebbene ci cada spesso. Credo che ci voglia più piumone. Il tuo, quello che ti protegge di notte, che non vorresti mai lasciare la mattina, che se torni dopo la doccia ha ancora tutto il calore del tuo momento di tranquillità dalla coscienza, gli occhi chiusi e il buio che non ti forza a vedere. E poi c’è quello condiviso, magari non tuo, in cui senti forte la forza di due gambe che stringono le tue, in un momento doppiamente incosciente in cui entrambi, per un misterioso motivo, ci si sostiene animalmente, nel senso meno sensuale del termine. Perché i cani fanno così, si stringono, dormono appiccicati, intersecati. Non ho mai visto nessun cane svegliarsi con la luna storta dormendo vicino ad un altro cane. Dormirsi addosso è davvero intimo, spirituale, astratto, evocativo. Una contraddizione in termini, eppure il dormire in questo caso è parlare. La stessa lingua, lo stesso sonno, gli stessi sogni. Ma anche no. È puro sostegno, quello che si chiama affetto. Mi rendo conto di quanto questo fattore, ignorato, sottovalutato non abbia il giusto peso nel nostro intendere il rapportarci con gli altri. Quel piumone allora diventa un luogo sacro, immateriale, trascendente.
Cos’ho capito dopo aver scritto questo post? Niente, davvero niente.
Solo che mi piace dormire con te.

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