ONIRICO 50


Stavo parlando con Nabil, il mio allenatore, una di quelle conversazioni senza alcun peso, mentre i pesi li spingevo. Ad un certo punto mi guardo attorno e riconosco una testa. La tua testa. Non ho concluso il discorso, Nabil si mette a ridere, io sono come in stato confusionale, ti guardo mentre corri sul tapis roulant. Magari a te non piace come non piace a me, ma è sempre meglio che correre in un parco di città, in un anello, come un criceto. Come quel tredicenne che continua a vivere in me, sorrido imbarazzato, ciccione, con le guance più larghe delle spalle. Sarà così per tutto l’allenamento, fino a quando poso i guantoni e vado a cambiarmi. Mi spoglio, mi lavo, mi asciugo i capelli e mi rivesto. La radio passa musica orrenda da palestra, a me partono le canzoni francesi in testa, come quella volta a Parigi. Risalgo per uscire, faccio le corna a Nabil per salutarlo, mi giro e boom, ci scontriamo. Non ti avevo visto, eppure ti cercavo. Ti cercavo da una vita mi viene da dire, ti ho sempre cercato silente, spettatore, timido mentre i miei amori passavano, dai più belli ai più brutti, mentre cercavo di capire il mio cuore, mentre tu eri a Parigi, credo cercassi te. È stato un millesimo di secondo. Mi scuso ancor prima di capire che eri tu, ma ci metto un attimo, io quegli occhi li conosco bene, riescono a sorridere anche quando un cretino ti viene addosso. Io mi sarei incazzato, sicuramente, tu mi hai chiesto scusa, mi dici ciao. Io sorrido, quel tredicenne ciccione sorride ancora di più, imbarazzato, impacciato, sciocco. Mi dici ciao, ti dico ciao, sorridiamo in quell’attimo eterno che mi fa credere che ancora tutto sia possibile, nonostante tutto.
“Beh io sono…” Lo so chi sei, io sono Andre, non avrei mai previsto il nostro primo incontro così, qui, ora. E mi dici che hai quasi finito, ti dico che ti aspetto. 185cm di corpo non sono sufficienti a tenere il cuore che mi scoppia, tutta la palestra diventerebbe rosso sangue, ma non come farebbe Tarantino, come farebbe Chagall, con tutto quel colore nel colore, la luce nella spatola, la profondità su una tela di persone svolazzanti. Lo siamo, io e te qui non c’entriamo nulla, lo so, lo so davvero. Ti aspetto su quella finta Barcelona in sala d’aspetto, arrivi sorridente, io rido, non dico nulla. Andiamo. E camminiamo, zitti, ci guardiamo e sorridiamo dentro il cappotto. Sapessi nel mio cosa succede, tremo da quanto sento la gioia, la felicità, tutte le lucine della Torre Eiffel, tutti i cavalli della mia Mercedes, tutte le canzoni che ho sentio tutte assieme, forti, sbattono come le onde sulle scogliere del Connemara. Io vado di qua, dici. Verrei con te, ma per sempre, e io al per sempre non ho mai creduto. Eppure il sorriso di quel ciccione tredicenne mi smentisce, ti guardo, mi guardi, sono passati 30 anni? Siamo invecchiati assieme e stiamo ridendo sotto la pioggia estiva in pieno giorno con le camicie che diventano trasparenti? Dove sono i cani, si mettono a correre sempre e io vorrei avere la loro corsa mentale. Abbassi la testa a sinistra, verso la spalla, sorridi e vorrei dire a Isherwood che non aveva capito nulla, non ha senso essere così tristi, rassegnati, finiti. Perché le cose ci sono, sono lì, ci sono sempre state ed è così che doveva finire, anzi che doveva cominciare. Il bacio che ti darei annullerebbe in un colpo solo millenni di letteratura, musica, pittura, cinema, teatro. Siamo vicinissimi, ora mi viene un infarto, ma va benissimo, io vivo per questo, le consuetudini quotidiane sono la mia morte, e questa non lo è.
Riapro gli occhi e vedo Nabil ancora che ride, in verità tu sei andato chissà dove a finire di allenarti, io vado dalla mia amica e sono sorridente, cosa impossibile in questo periodo. Passo la serata a pensare allo scontro tra me e te, che me ne starei sul divano a non dirti proprio niente, mentre tu capisci tutto quello che non so dire, che non so scrivere, fotografare. Non ho gli strumenti, non ho le parole, non ho la forza per capire come tutto questo mi faccia scrivere di notte, con la schiena a pezzi, le sigarette che si accendono da sole, la candela della vecchina dirimpettaia accesa sul balcone, per chissà chi, chissà perché, al di là del bene e del male. Che io non capisco, non so, davvero, come esista l’uno e come si faccia l’altro mentre aspetto il tuo arrivo, sbagliando tutto quello che posso sbagliare, con una precisione millimetrica. Non sento più le canzoni stasera, è una serie di sinfonie basse, che ricordano la pioggia, la notte, le scarpe nelle pozzanghere. Non so suonare il piano ma lo farei, mi stancherei e mi butterei a piedi nudi sul divano. Dormi, mi avvicino, mi senti e mi metti una mano sulla pancia, come se non volessi farmi cadere dal divano, dai miei pensieri brutti, da quel tredicenne ciccione, sui pezzi del mio cuore sparsi sul tappeto, come se non volessi farmi cadere da me e te.

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