D, COME DAVIDE


Sapeva che era la sera giusta, scelse il suo abito preferito, le sue scarpe preferite, il profumo preferito. Anche la musica era stata scelta con rigore, la sua preferita, appunto. Imboccò l’autostrada, contento di avere 150cv in più sotto il cofano, un rombo rassicurante, di una macchina pesante, anche questa nera, ma non da ragazzini. La pelle dei sedili è sempre fredda, ma si era fatto un bel regalo, poteva scaldarli con un pulsante. Sincronizzò la musica, il riscaldamento c’era ma non troppo, si era promesso di non fumare nella macchina nuova, ma diamine, era giunto il momento, anche di questo.
La strada che lo portava dalla pianura al mare non era lunga, nemmeno un’ora di viaggio. Quante volte l’aveva fatta quella strada, quasi sempre in notturna. Non avrebbe mai pensato, quando la faceva da giovane, che l’avrebbe rifatta a bordo di quell’auto. Ma si era applicato, aveva studiato, aveva un ottimo lavoro. Insomma era più di quel che credeva di poter diventare a vent’anni.
Esteta, anche notturno, non usciva mai al casello più comodo, ma a quello prima. La costiera era la sua strada preferita, fin da piccolo, quando Davide andò in gita al Castello di Miramare con la scuola. I tornanti, le gallerie, Trieste là in fondo che di sicuro non ti aspetta, ma ti accoglie. Conosceva tutti gli scorci, tutti i riflessi sull’acqua, tutte le lucine per i pescatori. Non l’aveva mai fatta quella strada con la trazione posteriore, era molto più divertente entrare e uscire dalle curve. Si fermò, aprì il tetto perché quell’aria e quel venticello non accadono spesso, sentirsi allo stesso momento in montagna e al mare è bizzarro. Il fumo della sigaretta va in su, verso chissà dove, l’aria riempie l’abitacolo, la musica è quella giusta al momento giusto. La perfezione è proprio data dai particolari.
Si fermò, di nuovo, non ne aveva mi abbastanza di quella visione profonda, infinita, sconfinata, perpetua. Buttò fuori dal finestrino la sigaretta. Partì Sarabande di Handel. Perchè serviva, per quel momento, non una canzone, ma una musica epica. Al primo giro d’archi la marcia era ancora su P. Aspettò qualche secondo, sistemò lo specchietto, si guardò, Davide sorrise compiaciuto. Era il momento dei fiati, il più debole, indeciso della sonata scelta. Le percussioni, il ritmo che aumentava, le lacrime negli occhi salivano, mise la marcia su D. Diede un colpo di gas come si deve, accelerò, guardò dritto davanti a sé.
Anche il volo fu perfetto, una bella parabola con le ruote che ancora giravano, i fanali che segnavano una via, anzi due, che si perdevano nel blu. La macchina rimbalzò, parecchio, finì in acqua.
E’ chiaro
Che il pensiero dà fastidio
Anche se chi pensa
E’ muto come un pesce
Anzi un pesce
E come pesce è difficile da bloccare
Perchè lo protegge il mare
Com’è profondo il mare

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