Vün Dü Trí


Ce l’eravamo promessi: nonostante tutto, saremmo andati a ballare. Certo, nel frattempo nessuno di noi tre avrebbe previsto un attentato, il terrorismo, la pazzia. Personalmente, avendo il cuore e una parte della famiglia a Parigi, questa settimana per me è stata un inferno. Ero tra i pochi in ambasciata martedì, ero uno dei pochi trentenni sabato alla manifestazione, in cui, per tutto il tempo, ho pianto a dirotto, perché mi sono accorto che non abbiamo nessuna coscienza sociale, e che sì, è definitivo, my time has come: me ne vado.

Così Luchi ha proposto la balera, dove io e Sara non eravamo mai stati. Arriviamo e subito mi girano i coglioni, perché le scelte vegan della bionda mi fanno arrivare due delle che odio. La pastasciutta. E i broccoli. Assieme. Con il vino rosso frizzante, che per un friulano è come una bestemmia a San Pietro per un cattolico. Invece ecco che arriva fuori Luigi, il cuoco, che chiede a Sara: ma le uova le mangi? Che palle sti vegani. Ok, amo già Luigi, poi quando comincia sui doppi sensi del “ma guarda che anche tu la carne la mangi eh” mi sento una Spice Girl: friendship never ends. Luigi ritorna, parla di tette e ci racconta che dice alla moglie piccina che spera di trovarsi una stangona di un metro e ottanta così ghe ciuci i teti e minga el cussin. 

Fumiamo nella sala con la luce blu, alle pareti ci sono le foto di balli in bianco e nero, e ci ritroviamo a parlare con uno stacco di coscia che era in una fotografia. Sì, era il 1919 , ma la coscia ce l’ho ancora, scherza lei. Che bello poter ridere del tempo passato. Luigi e Sara ormai parlano di comunismo, Predappio, figa e Napoli, Luchi ride, entrano dei provetti ballerini.

“La pancetta col pelo è la più buona che ci possa essere”

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È il momento di scendere. Dalla balaustra guardo “i vecchi” che ballano. In questi giorni in cui non sento nulla, nulla in comune con lo Stato e con i miei coetanei, rimango abbagliato dal momento del ballo rigoroso, rispettoso, armonico. L’esatto contrario di quello che io, nemmeno 24 ore prima, facevo insieme ad altri mufloni in un posto lontano da casa. Balliamo tutti scoordinati, ognuno a suo ritmo, senza arte né parte. Una perfetta metafora di quello che è l’impegno sociale della mia generazione. Non mi fanno ridere “i vecchi”, la mia mamma si occupa di anziani da sempre, e per quanto io non li sopporti spesso, mi ha sempre insegnato il valore del ricordo e dell’insegnamento. Ha dedicato la sua carriera a rendere onore agli ultimi anni di chi ha fatto la storia. E non sto parlando di hospice, sto parlando di ascolto, cura, tutela.

Guardo, zitto, cerco di capire quel mondo che non esiste più, quello di quando a Milano c’erano 100 balere, dell’arte dell’invitare una signora a ballare, del circolo, del bar con le perline alle pareti, del taglio di vino, del dopobarba e le camicie con le maniche corte. I vecchi al bar a guardare la partita io li ho visti essendo cresciuto in un capoluogo seppur di provincia, prima che i bar diventassero asettici come banche e che si inventasse il gusto del “finto povero”. Mi rendo conto che, come sempre, sono nato troppo tardi e che in questi giorni di grandissima solitudine sociale ecco, sì, io sono simile a loro. Che potrebbero essere i miei nonni. Quelli sì che vanno rispettati e onorati. La generazione dei nostri genitori, ahimè, si è fatta il ’68 e poi la villa al mare, regalandoci un futuro per cui, per la prima volta, la generazione successiva sarà molto più povera di quella precedente. Non è mia vis polemica, lo dice la storia, l’economia, il nostro quotidiano. Nel mio decennio, quello dei trenta, mio padre dal nulla e senza rubare, si è comprato una casa con sette bagni. Io in questo decennio, se continuo a stare qui, mi troverò a pulire sette bagni a settimana per pagare le tasse perché ho la presunzione di essere un giovane imprenditore che fattura e non ruba. Non ci sto.

Poi guardo i miei amici, vedo i loro occhi che brillano mentre impacciati come le tre sorelle Carlucci cerchiamo di ballare. Non ce la facciamo. Ed è la cosa più bella del mondo potersi divertire senza avere alcun pensiero su come possiamo apparire fuori. La libertà allora è data dalla coscienza di ridere, ridere di tutto, di noi stessi e non degli altri, nonostante tutto e tutti. Siamo dei piccoli Charile Hebdo senza saperlo, da sempre. Ci hanno tirato su bene.

Una signora sgrida Luchi perché non deve camminare ma ballare, un’altra con me ci rinuncia, e Sara incontra Gianni. Li guardo e vedo Pane e Tulipani, ma girato a Milano, sotto i sette archi del Palazzo della Ragione, con le lucine da balera, il vento caldo dell’estate, le biciclette appoggiate ai muri, gente che beve cordiali, gassosa e tamarindo, una tabaccaia tettona che abbassa la saracinesca, Gianni con la brillatina, Sara va bene così, Luchi in disparte con le bretelle e la canotta, io seduto che scondizolo. E anche la musica è diversa, perché anche se sono solo un cane randagio io lo sguardo d’amore dei due lo riconosco, quello di chi ne fa una ragione di vita come Sara e quello di chi l’ha visto e lo conosce bene come Gianni. Cerco di non commuovermi perché mai avrei pensato di vedere tutta quella bellezza a due passi da casa e decido che nella scena che vede la mia testa la danza della bellezza non è cantata da Don Backy come nel film ma da Tenco, Lontano lontano 

E lontano lontano nel mondo
in un sorriso
sulle labbra di un altro
troverai quella mia timidezza
per cui tu
mi prendevi un po’ in giro
E lontano lontano nel tempo
l’espressione
di un volto per caso
ti farà ricordare il mio volto

Gianni non ha il braccio destro, l’ha perso nel ’73 correndo con la moto GP. A me in testa parte subito Nuvolari di Dalla, anche se non c’entra niente, perché ci racconta che il giorno dopo l’amputazione del braccio era in balera. Allora stiamo zitti, perché è vero, i problemi ci sono per tutti e, perché sì, ha ragione, era come mi ha detto mentre cercava di insegnarmi a ballare con l’amore di un nonno e la forza di un condottiero:

Alla fine è tutta una questione di
Vün

Trí

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