DI ACCORDI, CANI, CITTÀ


È il giro di accordi perfetto, esattamente quando non è previsto mettersi lì e tirare giù quella che dovrebbe essere la melodia giusta della tua serata, delle feste finalmente concluse, dell’anno passato. Cammino in Moscova, tornando verso casa conoscendo ogni palazzo, come un cane che riconosce tutti gli angoli dove ha fatto pipì. Il mio animale preferito, la mia metafora di vita, che tradirei solo per un leone. Ma goffamente i cani si sentono leoni nell’atteggiamento e fanno ridere, e io sono così. Il cuore è molto simile, forse più il mio al leone, ma va bene così, sono un cane ambizioso, diciamo. Camminando penso alla scelta che abbiamo fatto noi tre stasera: nonostante tutto, andremo a ballare. Ecco, per quanto spesso farei cambio di vita col mio cane, quando penso al fatto che noi abbiamo il dono del ballo un attimo ci ripenso. È l’unico momento, oltre al sesso, in cui comunichiamo solo col corpo con chi abbiamo vicino. Ricordo serate in cui l’uniche parole che ho speso con la mia ghenga sono state: beviamo, fumiamo, andiamo. Tre parole in cinque ore di movimento. Una vittoria comunicativa, per me che trovo sprecato l’uso della parola per paura dei silenzi. Sono così affascinanti. Sto sperimentando una sorta di cotta per i silenzi di imbarazzo. Li trovo preziosi, un black out delle nostre sovrastrutture indifferentemente che avvenga prima di bere un caffè, fare una riunione, firmare un contratto, sbottonarsi i jeans, dirsi buonanotte o ti voglio bene al telefono.

L’appartenenza non è un concetto facile, eppure, davanti a un bicchiere di vino friulano bevuto in un ristorante asiatico, capisci che tutti i tuoi pensieri che ritenevi più contorti, stupidi, piccoli egoisti, trovano il giusto pubblico non pagante che non aveva nemmeno bisogno di tante spiegazioni: l’aveva già capito. Ed è talmente bello che quando sono coi miei amici del cuore mi viene da stare zittissimo, mi parte come sempre il cinematografo e vedo, a seconda di chi mi sta parlando, il diverso taglio di regia e di luce per chi parla. Credo di essere innamorato del ragionamento. E soprattutto, come un bacio inaspettato mentre cerchi le chiavi in tasca, rimango affascinato dalla risoluzione resiliente della semplicità con cui le cose vanno affrontate. Ma si sa, quello che vede troppo al di là delle cose nel gruppo sono io. Non è sfiducia, non è stronzeria, semplice tendenza alla mania del controllo, esecrazione della mancanza di certezze per cui si devono creare.

Accompagni la bella alla porta, ridi e parli di Giappone con il tuo amico più zitto di tutti, quello che ti viene da ridere per le scarpe che ha messo nel microonde e non vedi l’ora di starci ancora zitto, magari proprio a Tokyo. La città è ancora tranquilla, sei felice del fatto che è davvero tua, che ormai sono anni che vi conoscete e amate tanto da riconoscere il diverso suono delle scarpe sul marciapiedi mentre l’iPhone passa da una canzone all’altra. Tap tap tap, tre passi, silenzio, respiro, canzone. Canzoni tue, come Milano che hai scelto, la cuccia che ti aspetta, gli amici con cui ballerai.

cover image ©http://littlefriendsphoto.zenfolio.com/img/s11/v34/p341505150-3.jpg

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