CENTRIFUGA


“Sei una centrifuga senza tappo.”
Silvia si scuote i capelli, con la faccia di chi ha capito il cambiamento in atto, la luce gialla fa sembrare la cucina una baita in montagna, la finestra è chiusa, perché ci sono i lavori da fine estate. Proprio la settimana scorsa, la mia vera centrifuga ha deciso di rendere arancione la bianca cucina che mi disegnò Francesco. Francesco che l’altro giorno mi ha tirato fuori di casa, dopo mesi che non andavo a “prendere una birretta”. Ma si sa, le persone che si amano si stanno vicino senza troppe domande. Io al momento del suo trauma cranico, lui al momento del mio trauma affettivo (e temporo-mandibolare).
“Come se si aprisse qua in cucina e tutto volasse attorno”, continua arguta, lei è una che di pensieri se ne intende, è una scrittrice. Già. Il bello è che non ho la minima idea di dove sia finito il tappo, e sinceramente, poco me ne cale.
“Magari se la smettessi di cercare di infilare tutte le cose che provi in una scatola mentre ancora stanno volando, le vivresti meglio”. Colpito e affondato. Proprio così. Ci sono nuove cose, nuove sensazioni, nuovi pensieri che trovo affascinanti e interessanti, ma che mi creano delle dissonanze cognitive abbastanza evidenti. Il tutto nasce dal bisogno didascalico del cervello che si trova davanti al nuovo, o meglio, davanti alla sicurezza di un vecchio che non andava più, che non è adatto. Che deriva da aptus, cioè acconcio, idoneo. Ecco, la sicurezza di tutto quello che non è adatto al momento della centrifuga mentale è chiaro. Trasparente come l’acqua, l’ossigeno, il cervello di Flavia Vento: non ho voglia di fare le cose che non mi va di fare, non voglio avere a che fare con certi modi di fare, agire, pensare (qualora avvenisse il processo del pensiero). Sì, lo so, professori e professoresse all’ascolto alla lettura, l’ho già scritto a fine anno. Non so per quale ragione, mi avete letto e commentato in molti. Vi ringrazio.
Tornando a bomba (sono anni che vorrei dirlo in aereo) in questi giorni di vacanze forzate ho pensato molto, grazie ad una compagna fantastica che si chiama solitudine. Il più delle volte ricercata, altre invece, una semplice conseguenza. E l’ho fatto. Lo sto facendo. Leggo un sacco, scrivo e non pubblico, ascolto un sacco di musica di qualsiasi tipo (Bach non mi piace, i Beirut sì), mi alleno e il mio corpo ringrazia, parlo e dormo. Faccio solo quello che mi va, e la cosa è elettrizzante. Perché è pericolosa: già non me ne fregava prima del pensiero altrui, se poi comincio a essere troppo concentrato sul capire che voglio fare, rischio di perdere ancora più il contatto con la realtà.
Ma se la realtà che ho attorno non è la mia, o, rifacendosi a qualche riga prima, non è adatta a me, allora ci sta. Credo abbiamo il sacrosanto diritto di trovare la nostra declinazione del verbo vivere, evitando, se possibile che si trasformi in sopravvivere o, forse peggio, in tirare avanti. La mia non mi è ancora chiara, ma la consapevolezza di tutti i limiti (moltissimi i miei, a seguire quelli del resto dell’umanità, che non scherza) e la coscienza che molti altri ce ne sono aiuta a capire che il limite va sfidato. È una questione di pura volontà. No, non è per niente facile.
Una delle cose su cui mi sto interrogando è scontata come un piumino in saldo. Il cuore. Sto cercando di capire le forti distinzioni tra le varie forme in cui si manifesta e non le trovo. Ma come dice la scrittrice, forse non serve. Lo penso anche io, ma quando ritorno sul pianeta terra, mi trovo già le scatole piene pronte. Noto delle forme di affetto, amore, amicizia, intimità tra loro distanti e pur valide. E quindi mi verrebbe da metterle ognuno nella sua scatolina, così son tranquillo. Ma non va così. Non sono io. Nelle scatole ci puoi mettere delle cose, non dei pensieri o delle persone. Almeno io la vedo così, non ho il dono dell’etichetta per cui uno o una subito è troia, cagna, stronza, qualcosa è subito merda, truffa, scontata, già vista (avete mai notato come le etichette siano sempre in negativo, per caso?).
Non è il momento, la centrifuga è in piena azione, non è che il bicchiere si riempia cercando di prendere i pezzi che volano per tutta la cucina. Devo rivedere allora la mia posizione sul momento di sta benedetta centrifuga. Di chiaro si vede solo il movimento, una foto in cui tutto però è mosso, non si vedono bene i lineamenti, lo sguardo, la concentrazione, ma la direzione invece è chiara, cioè in avanti. Difficile che la centrifuga assembli qualcosa: toglie. Poi è vero, crea qualcosa di nuovo, magari con ingredienti che tra loro, non c’entrano nulla. Non è solo una questione affettiva, la centrifuga sminuzza tutto, la mente, i sogni, il lavoro, il corpo.
La cosa positiva? Dalla centrifuga si salva solo quello che c’è di buono, il resto finisce nell’umido.

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Un pensiero su “CENTRIFUGA

  1. E se togliessi per un po la spina dalla presa della centrifuga e cominciassi così con più calma a scegliere valutare qual è la frutta che ti piace. La centrifuga è troppo vertigine. Troppo veloce. Troppo. Torna a fare quello che ti piace ma con la rilassatezza di uno spremiagrumi. In bocca al lupo.

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