5 in 1


5 in 1. Meglio di un detersivo. O di un dentifricio. Mi pare che quest’anno sia durato cinque. E mi si vedono tutti, in faccia. Evidentemente la crema miracolosa di Sara previene le rughe ma non quello che ti accade ogni giorno. Per mesi, per un anno. Non ho intenzione di fare il temino di fine anno, lo farò più avanti, ora è troppo presto.

Però due cose le stavo pensando. Invecchiare di botto non è che un dato fisico, io vecchio mi ci sono sempre sentito. O più grande, se vogliamo dirla meglio. Non a caso i miei amici sono più grandi di me, e non a caso, i miei ex sono più piccoli di me. Non mi ricordo chi, l’altro giorno mi ha detto che non sono davvero consapevole del mio fascino esercitato sugli altri. Mi prendo il complimento, ma sono sicuro che non dev’essere così complicato essere affascinanti quando la mediocrità è lo standard. Lungi da me lamentarmi, già vi vedo a criticare, ma andando avanti questo è uno dei regali dei cinque anni in uno. È come se si fosse rotto l’incantesimo, come se avessi visto quelli di EuroDisney farsi di crac davanti a me a 12 anni. Che non sapevo nemmeno cos’era, in effetti. L’incantesimo rotto è quello di Pollyanna, quello per cui sei portato a pensare sempre bene, perché, in effetti ti è sempre andata bene. Come quelle cose che succedono solo al telegiornale, ma ti pare, a me no, dai, nemmeno ai miei amici succederebbe. E invece. Come uno specchio rotto due volte, la prima quando a febbraio il lavoro non andava e la realtà si è chiamata “il dottore va a lavorare in magazzino”. La seconda quando la convivenza si è conclusa, e la realtà si è chiamata “nel peggiore dei modi”.

L’incantesimo che si spezza è la stessa sensazione di quando sai che babbo natale non esiste, solo che sebbene tu sia più grande, non sei comunque pronto al trauma, se non ci sei portato. Il fatto di fare parte di un’umanità scadente, scontata, portata alla cattiveria e all’orgasmo nel fare del male, sinceramente, non so, ecco, non credo di riuscire a mandarlo giù. Non voglio essere nichilista, faccio parte di quelli che ogni giorno si fanno un mazzo così, nella vita, nel lavoro e nei sentimenti, eppure mi domando se a volte ne vale la pena. Ti senti davvero come se nuotassi, costantemente, controcorrente. E fin qui. Poi ti accorgi che non stai nuotando nel mare, ma nella merda. Che fortunati i francesi che hanno due parole così simili per queste cose.

Credo che tutto questo sentire, questo sentore si chiami consapevolezza. Non so quanto conti la pratica, ma mi rendo conto, ogni giorno di avere consapevolezza di quello che mi sta passando attorno, di riuscire, non volendolo, a far cadere tutte le impalcature di ciò che ho davanti, persone o cose che siano. Come se non me la bevessi più, come se davvero mi fossi rotto i coglioni. E non sono solo quelle altrui, vedo le mie, soprattutto, avere una buona coscienza dei limiti potrebbe essere un punto di partenza. Il mio ora è quello di non farmela passare, di non riuscire a perdonarmi di aver fatto delle evidenti cazzate, di aver confuso, sperato, aspettato. Al momento non vedo la soluzione, dovrei forse darmi la chance di permettermi di aver sbagliato. Non sono uno che punta il dito, non esternalizzo, non cerco colpevoli, cerco solo di capire e non ci riesco.

Sono sicuro però di una cosa. Non mi piace nulla, davvero, di quello che sto vedendo. Non mi piace uscire di casa e avere la gente che si mena sotto, non mi piace vedere i miei affetti col cuore spezzato, non mi piace vedere copertine e non testi. Da stronzo dichiarato, ahimè mi ritrovo a non avere quel gene irrinunciabile, quello della cattiveria. Rimango spiazzato quando vedo certe cose o mi raccontate le vostre storie. Vorrei capire come si fa. Il perché, forse, leggermente, riesco a percepirlo, ma purtroppo lo stato non impone anni di analisi obbligatoria. Ma qui tornerei al punto di prima, cioè a fare lo stesso ragionamento che critico, cioè quello di dare colpe agli altri. Però, mi si scusi, io davvero non ho gli strumenti per capire. L’amara soddisfazione? Non sono l’unico a quanto pare. Però mi fa incazzare che chi non fa parte della mediocrità umana debba soffrire perché è dalla parte di chi ci crede a quella stronza di Pollyanna, trovandosi a scendere a compromessi. Perché non credo ne valga la pena.

 

©la foto è di Giulia Manelli e io non sapevo di essere un modello

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