CASA


Mi risveglio, è pomeriggio, c’è silenzio tutto attorno a me. La luce entra calda, un po’ bassa, ma bella calda, piena, soffice, arancione come piace a me, allergico al grigio asfalto della metropoli. Non c’è traccia di umidità qui, e dire che tutti i miei posti del cuore hanno un tasso di umidità pazzesco. Siamo noi la California, canta una canzone più vecchia di me. Ci tornerò, lo sento.
Il divano è grande, grigio, la coperta di lana. Davanti a me la spiaggia, chiara, il mare, le onde che mi risvegliano e mi fanno sorridere. Mi guardo attorno, capisco che è casa mia perchè dentro è vuota, i muri praticamente grezzi, pochi mobili, le cose giuste appese e vetri ovunque per far entrare la luce.

“Devo pulire anche qui?” dice JR, e mi indica una porta dietro il divano, con su scritto BOYS. C’è un bagno, grande, con la vasca ovale. Un bagno che io non pensavo di avere, che avevo dimenticato, dentro ci sono due macchine del caffè, odore di caffè.
O forse non sapevo che ci fosse, forse questa casa è nuova. “Ehm, sì grazie”. Il fatto che io mi esporti pure il filippino nei sogni mi fa capire che non posso farci niente, mi piace che qualcuno pensi alle cose che mi scocciano. Non ha la finestra eppure guardando quel bagno non mi viene nervoso che nutro verso il mio di Milano. Giro lo sguardo, credo che gli addetti lo chiamino bussola quello spazio, tre pareti a vetro (io ne vedo due) e la mia scrivania in mezzo, basta. È lì che scrivo, mi sa che sono nel mio sogno di scrittore. Non pensavo di avere anche quella stanza, e nemmeno quella camera degli ospiti là dietro, sento che non è mai vuota. Ok questo sogno è già il mio preferito di questo fine 2014. E dire che gli altri nemmeno me li ricordo. La realtà a volte li distrugge, era tanto che non sognavo e allora ringrazio la febbre a 39 di questi giorni. Vedo anche un bel tavolo lungo, di legno grigiastro. Non ci sono segni di Ikea. Evidentemente in questo mondo di sogno non pago IVA e INPS. Guardo bene fuori.

E ci siete voi, ma siete dei cretini, col divano di pelle rosso biscotto in riva al mare, siete lì che ridete, vedo altre coperte di lana, del vino nei bicchieri. Ma certo, quel divano ce l’ho messo io. Guardiamo spesso il mare, non importa quale sia la tua, vostra funzione nella mia vita. Ci mettiamo lì e ci raccontiamo, stiamo vicini, ci stringiamo, ci abbracciamo, ci vedo anche dei baci dati e rubati lì sopra.
L’acqua siamo noi, cambia il vento ma noi no, le onde passano, e siamo noi anche quelle.

Mi ricorda il film che uno di voi mi ha fatto vedere. Ti ricordi Alessio quanto abbiamo pianto assieme alla fine di Beaches? Did you ever know that you’re my hero and everything I would like to be? I can fly higher than an eagle for you are the wind beneath my wings. Mi ricorda anche il film che mi ha fatto vedere Simone, La casa sul lago del tempo, visto sul divano, con lui che si commuoveva e che io troppo razionale dicevo ma no dai, come fa a scrivere nel tempo? E mi ricorda Eternal sunshine of a spotless mind, che io mi rifiuto di scrivere in italiano e… perdonami, non mi ricordo con chi ho visto sto film, ma ricordo di sicuro una donna. Devo rivederlo. Se non ti sei offesa lo rivedo con te. E mi ricorda anche la casa a Saint-Malo sugli scogli di quando ero piccolo però, con mamma e Valentina sul vialetto lungo, ho anche una foto.
Sto divagando, ma è un sogno, non rompete. Vedo anche che dietro al divano ci sono due occhi grandi come due biscotti che si accorgono che guardo di là e che cominciano a correre verso di me. Non sei Agatha, sei un boxer pure tu però.
Mi sa che sei mio.

Mi risveglio, contento come se avessi speso il weekend nella mia casa, e grazie per essere stati con me. Sono sorpreso, basito, io che la casa non me la voglio comprare ora so bene perché. Perché voglio quella. Ecco quella non sarebbe mettere le radici, il mio incubo, sarebbe andarle a trovare, a riscoprire, a nutrire. Il resto dell’anno sto bene zingaro tra Italia, Asia, Americhe, Australia. È assurdo, mi sembra di aver superato un dilemma, risolto la questione casa, io che ne ho tre a Udine, una non mia qua, una fissa a Bologna, una a Roma, una a Sanremo, una a Quartu e che ne ho avute trenta ad ottobre.

Non ho più nulla in casa, prendo una banconota dalla busta di Nonna Iva che mi ha fatto gli auguri per l’onomastico e… riconosco la carta della rubrica telefonica di casa, la vedo sul tavolo a scrivere, penso alla prima casa dove stavo con lei tutto il giorno, casa che ora è un museo. Forse sono così snob perchè da piccolo avevo Tiepolo sopra il lettino. E non parlo di una stampa, ma di un affresco. Ma non lo sapevo. Sono a casa malato e penso alle case che ho avuto. Penso con amarezza a quella in cui sono cresciuto e che mio padre venderà quando Nonna Iva si stuferà del nostro mondo, secondo me il giorno dopo. No la tristezza no, scendo, passo davanti ai tortellini e vedo quelli che la mamma prima di partire mi ha comprato. Ha preso i più costosi.
Che tradotto per il super sotto casa mia vuol dire gli unici commestibili. Anche in questo posto orrendo c’è casa. Sto per commuovermi ma non può essere è la febbre che mi sta risalendo. Corro a casa. So che non è la mia. E so quale lo sarà. Vi aspetto, sono lì sul divano sul bagnasciuga, con la faccia piena di… casa.

 

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