SENZA SOLUZIONE DI CONTINUITÀ


La locuzione soluzione di continuità (accanto alla sinonimica soluzione di continuo) mutua il suo significato dalla terminologia medico-chirurgica in cui significa “separazione di parti di un organo o di un tessuto congenita o causata da fattori accidentali o da traumi” (GDLI); in questa accezione soluzione è l’atto di sciogliere ciò che è fisicamente omogeneo (http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/soluzione-continuit).

La soluzione è un’interruzione, della continuità. Ossia non procedere, non perdurare, non continuare. Qualsiasi cosa. Anche quello che pensiamo. O quello che vogliamo. È complicato, riuscire a capire bene quello che non ci deve ammazzare. Perché viene dalla nostra testa, le male azioni di chi abbiamo vicino non sono che un mezzo per renderci conto di quelle che sono le nostre tendenze. C’è chi lo chiama karma, per intenderci.
Sono serate e nottate di pensieri, la consapevolezza che permane, la continuità è quella che i compromessi no, non ci vanno. Perché tendiamo costantemente a cadere nella trappola che ci creiamo da soli. Quando permettiamo a un’esigenza di diventare un motivo. No, non può essere. Siamo i primi a farci del male, e la cosa peggiore è che lo facciamo praticamente in modo consapevole. Lo sai quello che senti. Lo senti. Eppure eccoci lì, a svendere quello che siamo per un’esigenza, qualsiasi ne sia l’origine. Il bisogno, l’avidità, l’insicurezza. O anche la più alta e aulica di tutte. Quello non è il motivo. Il motivo è quello che ti fa alzare la mattina, non quello che ti fa addormentare la notte. La notte frega, mente peggio della mente, le difese si abbassano, la coscienza si assopisce e si fa fregare. Ma non possiamo essere sempre vigili. Il problema arriva quando arriviamo a non vedere. E la disperazione arriva quando la coscienza riprende il suo posto, e ti chiedi: ma come ho fatto? La risposta non c’è. Ti manderesti solo a cagare, se l’hai fatto un motivo c’era. Ma forse era un’esigenza.
Mi spiego meglio. Facciamo finta di amare follemente il dolce di un ristorante. Un bel posto a vedersi, un posto che conosciamo, ma che sappiamo essere pieno di camerieri antipatici, bicchieri col rossetto, rumore, musica alta, con un conto carissimo da pagare rispetto ciò che offre. Non ci sarebbe alcun motivo per andarci. E pure ci andiamo, per quel dolce. Ecco, quella è un’esigenza che diventa un motivo. Non va bene. Non fa bene.
Ci vedo, maschi o femmine che siamo, che ci facciamo fregare da quella maledetta esigenza. Ognuno dalla sua. E non ci puoi fare niente, se non avessimo esigenze non saremmo degli esseri umani. Fallibili. Sciocchi. Miopi. Ma quel dolce al ristorante indecente ci piace, lo amiamo e ci fa perdere i lumi della ragione, ci fa trattare a pesci in faccia da chi dovrebbe nutrirci con i guanti bianchi. E deve essere la consapevolezza ad aiutarci a ritrovare il motivo che ci fa alzare da terra. Ognuno coi suoi tempi, ognuno coi suoi modi. Modi che rispecchiano però il nostro profondo. Difficile che i buoni si comportino male, facile che i “cattivi” usino la maschera del bene. Una birra analcolica non sarà mai una birra, la creme brulé non sarà mai gelatina, nemmeno se ci prova. Perché se è difficile fingere puntando in alto, è molto più nocivo abbassarsi se più in alto ci sei già. Il crollo avviene comunque.
Per fortuna ci sono i pavimenti, perché ti fermano. Una volta che sei a terra è difficile che il parquet ceda.  Ma fa bene starci, riesci finalmente a vedere le cose come stanno. Gravitazionali, gravi, gravose che siano. Per terra, a terra, vedi tutta la tua casa da un’altra prospettiva, che sembra grande, vuota, piena, da sistemare. Ma tua.
Senza soluzione di continuità, la doppia negazione che è affermazione: sei continuità.

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