Onirico 49


Tardo pomeriggio, un’ annoiata domenica romana, la luce gialla e il caldo che ti avvolge. Il museo, il museo salva sempre. Quando non sai cosa fare, quando vuoi capire, quando vuoi sognare e… quando fa caldo. Un palazzo di tardo ottocento ha i muri così spessi che dentro potrebbe essere inverno tutto l’anno. È una fondazione, ci sono mille scalini, un tappeto rosso e arte giapponese gratis. Entro, sono capitato nel mezzo di una partita di tressette, faccio il biglietto. Qui si parla di un posto che raccoglie tutto quello che un uomo innamorato dell’Oriente si è portato a casa. I soffitti sono alti, la luce si accende solo se entri nelle sale. Gli scuretti hanno visto tempi migliori, entra poca luce, a righe, e fuori si vedono gli alberi che danno sul corso. Mi annoio mortalmente a vedere sassi antichissimi finchè non mi accorgo di essere osservato.
Una camicia rossa, in lino, aperta fino a metà petto. Non sembri volgare, ti sta bene, ti aiutano i ricci e i bei tratti. Controllo subito se hai delle zampe o dei piedi. Piedi, chiusi nelle scarpe e con le calze. Ringrazio Budda, ti guardo. Non te lo aspettavi, colgo un vago rossore, ma forse… è il caldo. Continuo annoiato sperando di arrivare alla sezione della religione, più interessante di quattro sassi millenari. Non è un museo, è un palazzo e le grandi stanze sono addobbate con delle bacheche trasparenti a metà sala. Ogni volta che alzo lo sguardo in alto, incontro il tuo, hai gli occhi neri. Reggi lo sguardo, ma poco, perché io non lo abbasso. Mi giro, continuo a guardare. Lo scricchiolio mi segnala la tua presenza, l’unica altra presenza oltre la mia e quella del club di tressette. Non è difficile capire dove trovarci, le luci lo segnalano nella sala principale, le stanze sono tutte sulla sinistra. Arrivo alla parte della religione, mi dimentico della tua esistenza. Leggo, penso, ripenso. Ci sono delle imprecisioni, ma poco importa. Un cane di ceramica mi sta sorridendo, ed è quello che conta. Entro in una sala affrescata, rotonda, con un soffitto che non capisco perché sia lì dentro.
È molto più bello delle cose che sto vedendo. Abbasso la testa, sei davanti a me, le mie dita sono dentro quei ricci. Non so se ci sia un divieto di bacio in museo, ma tanto siamo al buio, perché siamo fermi e il sensore non ci vede piu. Era come se avessimo dovuto baciarci da anni. Come se proprio lo aspettassimo e fosse l’unica cosa importante per l’universo in quel momento. Per fortuna baci bene e non mi annoi. Anzi mi fai venire altre idee che comporterebbero troppI scricchiolii sospetti su quel pavimento e un nostro arresto, oltre a qualche teca caduta. Non so se quell’affresco abbia visto di peggio.
O forse era fatto per quello. Una nicchia, una piccola stanza rotonda, con tre porte e una finestra in cui chiunque passasse si poteva baciare. Non so il tuo nome, non sai il mio. Abbiamo mostrato qualcosa all’arte e non viceversa. Il pavimento ora sì, scricchiola, la partita di tressette dev’essere finita. Ci stacchiamo, io vado a vedere Okusai. Vedo i tuoi ricci riflessi nelle teche, vedo la mia barba che si muove all’insù divertita. Come una giostra, mi cerchi e non mi trovi, ci giriamo attorno perché va così. Fuori suonano, a Roma suonano sempre per strada. Il motivetto è troppo allegro per due che non si vedranno mai più. Mi interessava più conquistarti che possederti.
-What’s your name.
-Non importa.

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