l’indeclinata stasi perenne


Esiste un tempo, nel tempo che scorre, superato il quale il pensiero, ma il progredire stesso di quello, sembra poter fare a meno della scansione del quanto del tempo, anzi ne perde del tutto la dimensione, la cognizione stessa ed è come se esso divenisse infinitamente attuale, si perdesse in una sorta di indeclinata stasi perenne.

Ieri sera sono andato a vedere uno dei miei miti, Anna Marchesini. Una di cui so a memoria tutto, da quando sono piccolo. Ho letto, con difficoltà, i suoi libri. Una malinconia presente in ogni riga, anche tra una battuta e l’altra. Nell’ultimo, Moscerine, ho dovuto saltare una storia, perché non ce la facevo. Non so quanto conti la malattia in tutto questo, forse poco, perché siamo sempre abituati a pensare che chi ci fa ridere sia lì pronto con la banda, le scimmie e le majorettes ogni volta che lo vogliamo. Anche a me spesso vien detto: fammi ridere un po’, e molte volte mi verrebbe da rispondere con vaffa. Non è così. Il mestiere del saltimbanco, del far ridere non vuol dire che passi tutta la vita a farlo. Anzi. L’umorismo è spesso una risposta a quello che ci capita. Ed è una cosa che hai o non hai. Mi spiace. I social hanno creato dei comici di quarta categoria, e non parliamo dell’autoironia. Anche lì, o c’è o non c’è. Basta.

Ho visto una donna esteriormente fragile, ma interiormente no. Credo che questo dipenda dalla visione che abbiamo delle cose, dal nostro rapporto col tempo che è passato e quello che verrà. Io ho superato finalmente la fase di non perdono del tempo perso, e sono in quella dell’ottimizzare il tempo presente. Ho capito che non ho voglia di fare quello che non mi piace fare, che il mio tempo costa e che non ritorna. Sono brutalmente convinto del fatto che non ha senso sperare in tempi migliori tenendo le mani in mano. E anche che non capirò mai chi ne investe per fare del male agli altri. Forse è più facile, forse la rabbia ci annebbia e invece di risolverci attacchiamo, facciamo i piani, speriamo di ferire. Quando mi accorgo di questo, a me cascano le braccia. Non lo capirò mai. Bisogna capirlo il tempo. Qualsiasi esso sia. Quello della gioia, quello della rabbia, quello della malattia, quello della malinconia, quello della solitudine, quello della festa, quello della leggerezza. E quello della tristezza. Sembra proprio una stasi indeclinata e perenne. C’è, lì, ferma, presente come un quadro che non ci piace in casa. Non so se riesco a capire il tempo della mia tristezza, il perché mi è chiaro, devo solo capire come affrontarla, non sono abituato ad essere triste. È come se mi ritrovassi in un paese straniero del quale non conosco la lingua, usi e costumi. Non è depressione, quella l’ho conosciuta anni fa, saprei riconoscerla a chilometri di distanza. Forse è quel tempo in cui il tuo cuore ti dice: no, io non mi alzo dal letto, vai avanti da solo, io non ce la posso fare. E non mi piace per niente.

Lo spettacolo finisce, con dieci minuti di applausi, Anna sul palco, di bianco vestita che ha uno sguardo fiero, contento, risoluto, consapevole. A me viene solo da piangere mentre tutti ridono, Roberto mi abbraccia, gli faccio fare il giro notturno di Milano e come due cani randagi andiamo verso casa.

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