RADICI


È la storia di quattro ragazzi. Che si sono scelti anni fa, neppure troppi. È la prova che le stagioni passano, cambia il cielo, cambia il vento (ma noi no), cambia la pioggia che cade, cambia il caldo, il freddo, cambiano le esigenze, i doveri, le responsabilità e i desideri. Cambiano i fiori, gli odori, le macchine, i capelli, le barbe, i tatuaggi, i buchi nelle orecchie. Cambiano i telefoni, le serate, i posti e le persone vicino. Ma quei quattro ragazzi rimangono in quel parco, tutto loro. Se cercassi un’immagine userei quella dei giardini della Guastalla, così perfettamente fuoriluogo. Sono come quattro querce, secolari, che si guardano l’un l’altra. Non so se quei quattro sono querce, ma mi piace l’albero così maestoso, posato, stabile. Forse quei quattro in verità sono dei bambù. E la trovo una bella metafora. Mi venne detta per la prima volta al cimitero, quando il mio cuore era qualche metro sotto terra con la nonna Betta. Elisabetta, pardon. Anzi in verità Elizabeta perché non era italiana, ma di sicuro non voleva essere chiamata Betta. Ci rideva su. Ricordo che lo disse mia mamma, dopo che lessi una cosa scritta da me: Andre è come un bambù, oscilla, si curva, si flette, si incurva quando succedono le cose che gli fan male. Ma non si spezza. Ecco, mi piace pensare che quei quattro sono così. Che noi quattro siamo così. Perché lo vedo.
Le prove che dobbiamo affrontare non sono mai semplici, perché semplice è la vita di chi non vive, la vita dello stolto non pensante, quello che ha tutte le risposte. A volte come vorrei esserlo dio solo lo sa. Tuttavia ho la presunzione di pensare che ci arrivino delle prove sostanziose perché siamo in grado di affrontarle. Non vuol dire che sia una passeggiata, non vuol dire che si riderà, non vuol dire che non faccia soffrire. Ma la nostra capacità di reazione è la nostra salvezza. Almeno, lo è per me. Vorrei fosse scritto nella mia carta di identità che sono resiliente.
L’altra sera, che ci siamo finalmente rivisti in faccia e raccontati tutte le magagne, a me è piaciuta. Io devo smetterla di farmi i film quando i miei amici parlano, ma la scena era perfetta: quattro birre, quattro pizze e quattro cuori, lì pronti ad essere sezionati come delle rane nell’ora di biologia. Nel caso di Sara che è vegana, diremo che ha sezionato un pomodoro. Era come se il tavolo fosse lunghissimo, i muri lontanissimi e tutto intorno fosse fermo. Sentivo dentro una musica turca, dei vetri rotti, giri di danze con la luce tagliata e piena di polvere. Mi è piaciuta perché non c’era niente di bello in quello che ci si è raccontati. Sono cose che fanno male al cuore, al cervello, allo spirito. Ognuno con la sua battaglia, ognuno nel diverso punto di azione. Noi non siamo abituati a parlare di nemici, di colpe o a puntare il dito verso qualcuno o qualcosa. Agiamo. E siamo talmente forti che non ce lo diciamo mai. Forse dovremmo dirci più spesso che ci vogliamo bene, per amore della parola, puramente per un fatto estetico-uditivo. Perché tutto il nostro amore è nelle parole che diciamo senza citarlo. Quando ci raccontiamo agli altri, facciamo un dono preziosissimo, regaliamo una parte di noi. E come nel tiro alla fune, se si tira in quattro è meglio che da soli (non so se i tossici la pensino così però). Ho ricevuto tre regali l’altra sera, tre storie brutte, ingiuste sarebbe da dire, ma che apprezzo. Perché per quanto tutti e quattro si sia oltremodo indipendenti, s’è confermato il patto di sostegno eterno, viscerale, fraterno che ci lega.
Sono sempre del parere che ognuno porti avanti la sua lotta da solo, ma la cosa più bella, che mi ha dato più forza in questo periodo triste, tristissimo, è che soli non lo siamo. Mi piace conoscere le vostre battaglie, so come le affrontate, cosa fate, cosa non fate e cosa più vi ferisce. Voi uguale. Perché in tutto quel raccontarci, con i timori, la rabbia, la sofferenza, io ci ho visto la calma. La calma intelligente di chi sa che anche questa è una battaglia che ci rende più uniti. Se fossimo quegli alberi, querce o bambù che siano, sono certo che le nostre radici si incastrerebbero, si legherebbero ancora di più, proteggendoci nella parte più profonda, in modo che niente possa spezzarci. Perché in te, Sara, Luchi, Alessio, vedo le mie radici.

 

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