MAI STATO BACIATO


Non guardo mai MTV, perché non mi piace vedere le cose che mi piacevano andare in malora. Fatto sta che Bennet (Il vizio dell’arte) non riesco a leggerlo, è scritto come un copione e a me serviva una storia da leggere. Alzarsi dal divano, ora che il riscaldamento è acceso, è ancora peggio di quando faceva freddo. Quindi non cerco l’altro libro, guardo il film. L’ho visto al liceo, e confermo: quegli anni non mi mancano per niente. Drew Berrymore ero io. Ricordo quegli anni, totalmente vissuti tra sfiga e cattiveria. Mi ha salvato la mia, di cattiveria. Era più sarcasmo che cattiveria. Poco importa. Ricordo molto bene quella ricevuta, oltre a pesare 15 kg e non giocare a calcio, avevo i capelli lunghi. Anche un professore, amante delle ragazzine che sfoggiavano il tanga a storia dell’arte, mi definì affetto da eterodossia. Molti non capirono la pregievole battuta, io che leggevo più di quanto lui non insegnasse, l’ho capita e un po’ morii dentro. Non avevo capito ancora da che parte stavo, e ora, dopo anni, ora che anche io insegno (sì, prof e prendendo più di lei in un decimo del tempo, si chiama mercato: a volte premia i competenti e non i seduti) capisco quanto sia importante creare degli studenti pensanti e non giudicati. Le persone come lei, caro prof, hanno creato una generazione di encefalogramma piatti che aspettano solo che Apple gli dica che gli serve un’iPhone, persone che non sanno nulla di arte, non sanno da dove vengono e di quello che il nostro paese ha creato nei secoli. Ah, io ne so pochissimo, e sicuramente non grazie a lei, ho studiato. E sì prof, io ho un’iPhone, ma non perché me l’ha detto il marketing. Io faccio marketing. Ora che insegno ho ben chiaro il tutto. Capita spesso che i miei studenti siano più grandi di me, e li vedo sperduti, senza meta, ma soprattutto vedo che non sanno sognare. Ci avete insegnato a non sognare, ma a volere. Non c’è pensiero laterale, non c’è curiosità. Bisogna cercarsi un lavoro e svendersi, una consulenza di marketing a duecento euro, terze lauree prese, paghette dei genitori, coinquilini per sempre. Bravi. Certo anche noi ci abbiamo messo il nostro. Non ci interessa niente, se non commentare le cose acidamente sui social. Bene, e poi? Poi un cazzo. Il nulla. E le basi di tutto questo sono state messe quando ci dovevate insegnare a essere grandi.
Io non vedevo l’ora. Perché passavo il mio tempo ad aspettare che passasse, ma per fortuna ho capito presto che aspettare che il peggio passasse non faceva per me. Mentre aspettavo, però, una cosa buona l’ho fatta. Ho imparato a osservare. Ho visto un sacco di cose al liceo, vissute poche. Ho visto come siamo pressapochisti e piccoli noi maschi, ho visto come siete complesse voi femmine. Ho visto i corteggiamenti, gli approcci, i baci, le slinguate alle 7.50 e ancora non ho capito come facevate. Ho visto che andavo alla grande con le ragazze della scuola d’arte, ma ero invisibile al mio scientifico. E quando sei invisibile senti molte cose. Ho sentito tutte quelle che avete detto dietro le mie spalle in classe, le ricordo tutte. Capire chi sei quando il mondo l’ha deciso per te non è semplice. Ti fa sentire solo, incompreso, debole. Esattamente come quel giorno in cui aspettai Eleonora fuori dall’Odeon, col dopobarba di papà e una rosa in mano. Non venne. La aspettai un’ora. Il mio Nokia 5110 teneva dieci messaggi, io per sicurezza ne avevo nove, così poteva scrivermi che era successo un casino, che avevano sterminato la sua famiglia e bruciato la sua casa. Perché non poteva essere altrimenti. Eleonora invece, si era dimenticata di me. E forse era giusto così.

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