trenta notti trenta letti #16


trenta notti trenta letti nasce da una scelta: non rientrare a casa mia per un mese. Il motivo non è importante e la sfida è trovare ogni giorno un nuovo letto. Chiederò a chi mi ospita che cosa significa per loro la parola libertà. In questo momento per me la libertà è un viaggio, un viaggio che durerà trenta giorni nelle vite delle persone che fanno parte della mia.

LA CASA DI GIUSEPPE

Giuseppe o meglio detto Beppe l’ho conosciuto qualche anno fa, nel mio breve ma intenso passaggio nel mondo della moda. Io stavo nel bunker a inventare il blog di Antonioli, lui in vendita. Mi ha sempre colpito l’intelligenza relazionale di Beppe. I toni, i modi e la propensione all’ascolto, l’accogliere i pensieri degli altri come un elemento di strutturale importanza nel comprendere una cosa. E direi che di strutture se ne intende, visto che mi si è laureato in ingegneria civile e che ora ha scelto di fare il modellista. E gli riesce benissimo, perché gli è chiaro tutto il processo di ricerca e creazione delle cose. Moda a parte, la applica al pensiero, alla fotografia a ciò che legge. Passiamo la serata in mezzo a discorsi che ci lanciano tra il legame di solitudine, esser solitari e libertà, non dimenticando l’incomprensione in termini dell’uni-verso, di quello che ha visto in Pasolini, di quello che Flusser racconta sulla filosofia della fotografia. Gli dico che deve seguire l’onda controcorrente del suo sentirsi carbonaro in un’epoca connessa. Credo sia fondamentale essere una particella vibrante di controtendenza rispetto alla realtà che ci annoia, ci perplime, ci abbassa.

Ringrazio e chiedo prima di uscire: Ma che cos’è la libertà?

Spesso percepisco il concetto di libertà come un qualcosa che dipenda da circostanze esterne all’essere umano e ciò non mi trova in accordo. Libertà da che sostituirei con libertà di; vi si può inseguirla cercando la profonda solitudine (ahimè prima del feto ed oltre la “vita”) ed è qui che rifacendomi a Nietzsche penso alla libertà individuale come cessazione ultima di vergogna verso noi stessi.
Libero da ciò, “solo” questo.

Esco e mi viene da ridere perché guardo l’erba che cresce sul suo zerbino, sintetico. L’abbiamo chiamata la Teoria della Muffa. Credo sia perfetto.

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