cornici


Succede che ti ritrovi a camminare in un posto che era stato tuo, un posto che era sempre stato la tua isola felice di fuga da Milano. Bologna mi ha sempre fatto questo effetto, un pieno di umanità rilassata e assolutamente immune dallo stile di vita di noi milanesi. Cammino con la musica nelle orecchie, come un teenager con le Vans e la camicia a quadri che indosso. In effetti la mia età è quella di due teenager, e i miei piedini potrebbero essere quelli di quattro teenager. Contando poi che stavo ascoltando Fabi, Gazzé, Silvestri non ero di sicuro da solo, era una gita. Sarà che qui la gente sorride per strada, si bacia lungo la strada, sorride quando va in bici, quando fa fare la pipì al cane. Vedo poca cafonaggine morale, la peggiore delle cose dopo la povertà d’intelletto. I muri sono gialli e le luci pure, i mattoni ovunque e un sacco di archi. Mi è stato insegnato a guardare sempre in sù da mamma, o meglio lei non lo sa, me l’ha insegnato da sempre, perché io da sempre la guardavo ammirato alta, riccia, curiosa. Anche ora che quello alto sono io, lei continua a guardare le cose in alto, e mi sono accorto che spesso guardiamo le stesse cose. Poi non glielo dico ma ci scrivo un pezzo perché mi vergogno. Insomma, guardavo in alto e mi sento rapito da un’insegna, in ferro battuto. Vuota. Non c’era nulla dentro, niente vetro, strutture, neon. Nulla, a parte una pianta alta nata da un vaso e tendente all’infinito. Mi avranno preso per ubriaco o strafatto, ma mi sono fermato. L’ho trovata così metaforica. Ho pensato poi alle cornici. Che proprio non le sopporto. Che ne ho, parecchie, e non riesco a riempire. Perché, a pensarci, una cosa bella come un quadro o una foto non va incorniciata. Deve essere nuda sul muro, perchè deve contaminarlo, fargli capire che con la fortuna di avere colore o inchiostri anche il muro può respirare la storia, l’essenza del bello. Deve farci l’amore col muro, che sempre, tutta la vita deve sostenere una casa, una stanza, un pavimento. E mai nessuno che lo ringrazi.
Credo proprio si sia persa la ricerca del bello e conseguentemente, la paura di non averlo più ci induce a voler mettere una cornice attorno a qualcosa, a marcare un territorio, a rivendicare un possesso. Ed è una fregatura, perché siamo così presi dal voler incorniciare il bello che non lo vediamo più, che stiamo tranquilli a sapere che è lì, pronto all’uso. Ma la bellezza non è pronta all’uso, è un percorso, un motivo di vita. Ed è per questo che vicino al mio letto, e vicino al letto in cui dormo stanotte, sì, c’è una cornice, ma il quadro è appoggiato al muro. L’ho sempre trovato un atto di eleganza temporanea ma permanente. Un atto di avvicinamento, mettere un quadro a terra magari non contagia il muro, ma contagia il pavimento, che oltre a essere ringraziato meno del muro è da sempre considerato sporco, scontato, sordo.
Insegne, cornici o quadri che siano, sento sempre più forte questa ricerca di bellezza e libertà: e se queste fossero tutto quello che non abbiamo mai incorniciato, appeso o lasciato?

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