arrivi e partenze


Ci sono momenti in cui si arriva ad un bivio. O si prende un mitra o si prende un aereo. Nel mio caso, avendo già fatto vergognare molte volte mia mamma (un giorno all’asilo mi beccò dietro il cancello di ingresso a chiedere la carità perché non mi piaceva la mensa) ho deciso di evitare di sparare in duomo a Milano e, di punto in bianco ho deciso di tornare a Tokyo.

Sentivo l’esigenza di mettere tra me e tutto il mio ambiente di riferimento diecimila chilometri e sette ore di fuso orario. Ovviamente il problema non era tutto l’ambiante di riferimento, ma io. Eh si, perché quando ci sono delle cose che ci fanno incazzare, soffrire o infastidire è perché vediamo negli altri le parti orrende di noi. Poi sta sempre a noi scegliere se dare la colpa all’esterno o ammettere di essere francamente insopportabili.

I motivi sono tanti, i miei quelli di portare avanti un progetto molto ambizioso, che dà molte soddisfazioni ma ti frega tutte le energie e i momenti liberi. Il tempo non torna più canta una mia amica. La tendenza orrenda alla lamentela che genericamente ho, di sicuro non ha aiutato. Altra cosa il fatto di avere scritto director sul biglietto da visita è una responsabilità e non un titolo di pregio.

Ultima cosa il fatto di staccare la spina. Chi lavora con la testa fatica come chi lavora con le braccia. E se per sette mesi non ci sono stacchi e le domeniche sono il giorno in cui si prepara tutto il lavoro degli altro sei, arrivi a luglio che sei cotto.

Ma questo non è per niente interessante e abbastanza scontato.

Ho scelto di tornare a Tokyo per molti motivi. Il primo è che il viaggio del 2007 mi aveva cambiato profondamente. Di li a poco avrei cambiato città, cominciato l’accademia, cambiato la desinenza della parola fidanzata. Partii per trovare risposte e tornai con ancora più domande. Quindi il viaggio funzionò. Il secondo motivo è religioso. Dal 2010 pratico il buddismo di Nichiren e dal 2012 sono membro della SGI. Come in tutte le cose, quando non capisco o voglio capire di più esce la mia parte secchiona: devo studiare e andare a fondo alle cose. Il terzo motivo e che avendo un amico a Tokyo, vuoi fare il maleducato e non andare a trovarlo? Non si fa.

Cos’ho capito ad a questo viaggio? Per prima cosa che senza email e telefono si vive benissimo. E fin qui… Poi ho capito che molte volte per essere efficienti ed efficaci coi clienti si fa l’errore di diventare troppo disponibili, si crea un discorso per cui ti senti disponibile 24/7. L’unica cosa è che si fa comunicazione qui, non cardiochirurgia. Ho capito che ho fatto la scelta giusta a scegliere il progetto di bee free e che sono spalleggiato dalla persona giusta. Ho capito che è bello poter prendere e partire quando vuoi perché te lo sei guadagnato con milioni di ore di sonno perso, studio e fatica. Una cosa che nel 2007 non avevo capito, una cosa che vedo sempre più rara: noto tra le persone che conosco una grandissima tendenza al fare le mantenute. Ho capito che devo smetterla di farmi venire il nervoso quando penso certe cose. Quel tempo va dedicato a me, in tempi di ozio e crescita personale. Si si. Ozio.

Ho capito che mi piace da matti starmene in silenzio, camminare, pensare, e guardare cose che non conosco o che non avevo capito. La solitude est une condition necessarie de la libertè, ho letto su un opera di Wilson al museo 2121. La frase giusta nel momento giusto nel viaggio giusto. Ho capito che mi piace da morire la solitudine, ma anche il fatto di dormire abbracciato a S tutta la notte. Ho capito che questa sarà la nostra grande sfida. Ho capito anche che ci sono altre persone che mi mancano tanto in tutte le declinazioni del verbo amare.

Ho capito che il buddismo ci insegna ad essere felici, ma soprattutto ci rende ancor più pronti a osare, a sfidarci come sempre sì, ma soprattutto a smettere di pensare in piccolo. Perché è proprio questo che ci frega. Il buddismo di Nichiren ci prepara alla più grande delle felicità possibili, quella profonda, resiliente e strutturale. Quindi smettiamola di puntare al minimo della nostra felicità e a dire che ci penseremo domani. Dobbiamo davvero cominciare qui e ora a costruire il nostro futuro felice.

Ho capito che le cose facili non fanno per me, che quelle scontate mi annoiano a morte e che purtroppo, credo di saper molto bene a cosa sto puntando come “grande”. Non ho ancora capito perché mi faccio fregare dalle cose facili o di poco conto se vogliamo dire così, è che credo di essere allergico alla stupidità.

Per intenderci ho capito che non mi interessa nulla di quello che è già pronto da vedere come Shibuya, ma che preferisco la ricerca, cioè preferisco mangiare i ramen in una bettola e andare alle terme con i veci del quartiere piuttosto che andare a fare la fila per un panino alla moda e in spiaggia al Mocambo.

Ah si, ho capito che non sono arrivato da nessuna parte e che questo viaggio è stato solo una partenza verso un nuovo capitolo di me. E la cosa mi piace da morire.

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