Post365days: #5


La mia genitrice mi lascia sul cruscotto l’ultima copia de L’Espresso. PROLETARI DIGITALI, il titolo. Lavorano al computer, senza orari né tutele, per realizzare video, software, siti web. Creativi? Mica tanto. Ecco i manovali del nuovo millennio, che in Italia sono già mezzo milione, il sottotitolo.
Ovviamente mi sono subito incazzato.

Perché di operai stiamo parlando, ma di operai digitali. Ovvero di quei manovali che tengono in piedi i siti web, che sudano perché film e serie tv arrivino in tempo nei nostri salotti, che alimentano il flusso di app, news, streaming e database su cui si appoggiano ormai molti servizi essenziali.

Continua l’incazzatura, Francesca Sironi, l’autrice, ha ragione.

Gli operai 2.0 sono programmatori, “content editor”, montatori, addetti al “buzz marketing”, tecnici della post produzione, “social media manager”, grafici e specialisti degli effetti sui video. Voci come queste inondano le bacheche di annunci di lavoro. Tanto da esser diventate la speranza di un’intera generazione di giovani (e meno giovani), per i quali le offerte sono doppiamente allettanti: oltre a uno stipendio promettono infatti di essere mestieri creativi. Innovativi quanto le tecnologie che maneggiano.

Prosegue con una mia risata beffarda. Ci sono tanti bei mestieri all’aria aperta. O al contatto con il pubblico. Avere dei follower non è uno strumento di misurazione della vostra professionalità.

I lavori digitali sono invitanti per molti motivi. Perché danno l’idea di essere innovativi. E perché sembrano facili: la quasi totalità dei giovani sa usare benissimo Facebook, ad esempio, per stare con gli amici. E allora perché non farlo diventare un lavoro? Ed ecco nascere un potenziale “social media editor”, una persona il cui compito è alimentare discussioni online su un prodotto. La competizione però è altissima. Con diverse conseguenze.

Su questo sono d’accordo. Il fatto che voi abbiate facebook, siate nativi digitali, non fa di voi dei creativi. Tantomeno se basate la vostra attività sul copia incolla, ovvero guardare quello che fanno le persone che sanno davvero fare questo lavoro e copiare. Ma non avete capito proprio una ceppa. Il lavoro di editor, di creativo nasce da tre elementi, cari fotocopiatori: sapere fare ricerca, sapere cosa sono le conversazioni e… avere talento. Se nel vostro lavoro c’è traccia pedissequa del lavoro altrui, l’analisi è presto fatta: non lo siete.
Consiglio inoltre di levare tali indicazioni anche dal vostro linkedin, e lo dico contro il mio interesse. È un consiglio da amico: l’era della reputazione vi sgama subito. I clienti bacucchi che non capiscono nulla stanno finendo, cari miei.

La prima, ovvia, è l’abbassamento dei salari. La seconda sono le minori garanzie (il classico: «Non ti piace? Vai. Tanto c’è la coda fuori»). E poi c’è un terzo inganno: «Visto che spesso mancano un riconoscimento o un buono stipendio, i lavoratori si autoconvincono sia giusto essere un po’ sfruttati pur di fare un mestiere così innovativo», sostiene Matteo Tarantino, giovane sociologo dell’Università Cattolica di Milano: «In realtà sono operai, ma né le aziende né loro stessi si definiscono così». Perché «l’immaginario è cambiato», spiega: «Ma la sostanza capitalistica resta, anche per l’industria digitale: pochi posti per i veri creativi. Molti per la manodopera a basso valore aggiunto».

Ecco, qui mi reincazzo. La mancanza di professionalità di chi fa questo lavoro perché pensa sia semplice, frega chi invece lo è. Perchè coi vostri fee a cottimo, screditate il lavoro di chi sa farlo. Spesso sento di campagne di comunicazione che costano come un mio giorno di lavoro. Se vi fate sfruttare, i cretini siete voi. Questo non è un lavoro facile e non è sempre divertente. Soprattutto non obbligatorio. Le conversazioni contano più di uno spot. Non ci arrivate?

«Le commesse più noiose sono sempre quelle più redditizie», spiega: «Alle richieste più creative invece mi capita di non chiedere nulla in cambio. Solo perché mi diverto». Stipendio? Come per la maggior parte dei suoi colleghi, ogni volta lo attende una via crucis di fatture pagate a lavoro ultimato, normalmente in ritardo, oppure direttamente in nero.

Complimenti. Continuate a regalare la creatività. Così non date alcun valore al vostro lavoro, ed è giusto che siate l’ultima ruota del carro nel pagamento dei fornitori. La vita è una questione di scelte, come il lavoro. Se scegliete di essere eterni stagisti un motivo ci sarà, e secondo me è che dovreste cambiare lavoro. Quando a gennaio 2013 io e la mia socia ci siamo messi in proprio e abbiamo aperto Bee Free abbiamo deciso di sovvertire tutte le regole. Non è stato facile. Per mesi ho mangiato una volta al giorno e regalato tutti i miei risparmi al punto di indebitarmi per pagare una previdenza sociale che a me non è riconosciuta. Ma non ho mai mollato, ho continuato a creare valore e a studiare, e sin dall’inizio, abbiamo messo in chiaro le cose coi nostri clienti: non esistono i pagamenti a 90 giorni. Le persone che collaborano con noi non sono pagate dopo 5 mesi. Ora, finché non arriva l’anticipo sul compenso, non prendo in mano il mouse. Trascorro molto tempo coi clienti, li ascolto, capisco che gli serve. Ah, e di nero, se miri in alto e sgomiti per far capire che lavoro fai, non se ne vede.

«Spesso non uscivamo di casa tutto il giorno», ricorda: «Ci accorgevamo alle tre di non aver pranzato. O continuavamo di notte»

Questa è la differenza tra operaio digitale e creativo. Non uscire di casa tutto il giorno per finire una commessa è orientamento al compito. Non uscire di casa perché tutto deve essere perfetto, inappuntabile, pensato, replicabile, adattabile, sensato, in linea con mission, vision, corporate image, studiare, leggere, aggiornarsi, sperimentare, anticipare bisogni, richieste e obiezioni è orientamento al risultato. Se non ce la fate a capirlo, beh forse siete quello di cui parla l’autrice. Non è una questione di essere creativi, in fin dei conti, è una questione di essere professionisti o stagisti. Quindi meglio non lamentarsi e mettersi a studiare.

Time to go for me, domani Bee Free ha organizzato un open day in cui conosceremo nuovi creativi, che chiameremo a far parte del nostro collettivo se e solo se partono grandi progetti. Perché il lavoro gratis si fa solo per le onlus.

 

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