post365days: #1


Questo blog è fermo da cinque mesi. E non va per niente bene. Sono mesi in cui ho lavorato continuamente, senza sosta per costruire il presente, garantire il futuro. Ho anche vissuto moltissimo. Intensamente. Credo che se non si vivono le cose non ci si possa permettere di scriverle. Almeno non per come scrivo e di cosa scrivo io.

Quindi ho deciso di sfidarmi. Per assurdo è stato più facile creare un tumblr con miliardi di visite in sette giorni che stare qui. Una questione di rispetto per la scrittura, da sempre detesto lo scontato e il ripetitivo. Quindi la sfida. Decisa 3 minuti fa. Voglio scrivere ogni giorno qualcosa. Voglio vedere dove sono arrivato e cos’ho capito il 20 giugno 2015. Magari niente, mal che vada ho fatto solo esercizio.

Riparto da qui, lascio Roma che mi sembra sempre un film e mi ricorda troppe scene per riuscire a concentrarmi su quello che vedo camminando e torno a Milano. Penso che Roma sia proprio femmina, rimango sempre attratto dalle donne romane, che hanno tutte un sacco di capelli, poche cazzate in testa e quel retrogusto amareggiato che trovo irresistibile. Ci vedo bellezza, assolutamente non estetica.

Che ho capito oggi? A parte che mi fa schifo la gente brutta che si bacia in treno, ho capito che spesso confondiamo la parola limite con la parola confine. I nostri confini, anche fisicamente parlando, possono essere visti come limiti, chiusure, privazioni. Invece davvero abbiamo una zona in cui finiamo. Non sono mancanze, sono semplicemente altre zone. Nostre, non nascoste. Abbiamo un’identità, un percorso, una missione personale che dipende esclusivamente dalle nostre intenzioni, azioni, preghiere comportamenti. Ciascuno la sua. Il confine è dato dalla presenza fisica del nostro cervello nella testa, il limite dal cervello stesso, dall’applicazione di un standard che non è detto esista. Perché non esiste proprio. Not Applicable si dice nelle Americhe. Ce lo diamo noi, sempre. Non viene da fuori. Davvero, credo ci si possa paragonare ad un stato. ognuno di noi ha la sua lingua, moneta, politica. Nel mio caso credo si tratti di un impero illuminato (per pure questioni austroungariche di nascita). Tutti ragioniamo, parliamo, decidiamo, amministriamo. Ma se i ho gli scellini, magari tu hai le lire. Sempre soldi sono. Ma bisogna cambiarli per poterli usare. Servono alla stessa cosa, ma son diversi. Allo stesso modo “ti voglio bene” in uno stato si dice in un modo, in un altro diversamente. Sempre di affetto, sentimento, amore si parla. Parimenti, in uno stato certe cose vengono gestite in un modo, nell’altro… in un altro. Son confini. Uno stato confinante non può scegliere la velocità in cui si viaggia dagli altri. Quindi si parla di confini di azione. Non di limiti. E i confini un perché ce l’hanno, le annessioni, la verticalità della regolamentazione invece possono creare malcontento e secessioni. Se in uno stato si viaggia molto veloci e in quello vicino no, non si sta limitando la vita dei vicini. È semplicemente un campo d’azione di non competenza.

 

[pic: New York Light Paintings by Eric Staller in 1970s ]

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Un pensiero su “post365days: #1

  1. Presente! Sono contento che tu sia tornato e che abbia vissuto intensamente. Io scrivo ogni giorno dal 2004 che sia il blog o l’agenda. Se non scrivo non respiro. Spero succeda anche a te. Beh forse per certi versi è già così per te!

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