atti di bellezza


Ci sono dei momenti in cui sparisco, stacco la spina e non ce n’è per nessuno. E’ una grande vittoria non essere disponibili, è un momento di sacra connessione con quello che sei e che la vita ti porta a mettere da parte. Tutti dobbiamo lavorare, fashion blogger a parte, sgomitare, essere pronti e proattivi in quello che facciamo. Sempre che ci interessi portare avanti la nostra via e non timbrare un cartellino. Succede che per fare tutto, trascuriamo quella parte viscerale che ci ha reso quello che siamo. Detto così è ostico, quindi cerco di rendermi più chiaro. Dobbiamo ricollegarci con quel profondo che da piccoli ci faceva raccogliere le pratoline e portarle alla maestra/mamma/nonna. Nessuno ci ha spiegato che era da fare, eppure quando hai tre anni e sei in un prato, non puoi raccogliere nient’altro che i fiori. Hai le manine pacioccone, ne perdi tre per strada e moriranno entro poche ore. Tutte eventualità razionali distanti dal gesto. Un gesto che non è etichettabile se non con il concetto di bellezza. Abbiamo bellezza, siamo bellezza, la ricerca del bello trascende l’estetica, a me rivolta tutta l’anima. E’ ovunque.

Ho una forte famiglia che mi allontana dal letargo in cui io, cagnaccio randagio ma orso inside, mi barricherei sempre, da novembre a marzo. Il grigio mi piace addosso, non attorno. E questa forte famiglia mi prende e mi porta a scatenarmi fino all’alba. Quando siamo a ballare, mi succede che ogni tanto mi fermo. Mi fermo e vi osservo ballare come in quei film in cui tutti si muovono e il protagonista no. Anche la musica va via. Anzi, nella mia testa quando c’è questo stacco dalla realtà parte come minimo Nino Rota. Non posso farci niente. Vedo i miei amici che si muovono, non seguono il ritmo della sala e tantomeno quello che c’è nella mia testa. Sono a ritmo di bellezza. Il loro ritmo. Il corpo, santo cielo è bellezza. Il ballo lo è. Spesso guardo Agatha, il mio boxer, e mi chiedo come sarebbe se potesse ballare anche lei. Siamo gli unici animali in grado di farlo. E’ un atto irrazionale, certo i bpm, certo lo stile, certo il casino alimentano questa danza. Ma è totalmente irrazionale il ballo, allo stesso modo in cui lo è la coda di un pavone, una costellazione. Non c’è matematica in quella disposizione. E diffido, sempre, da chi non balla.

Questi stacchi di regia non so da dove mi partano, so che sento partire l’orchestra quando mi connetto con la bellezza. Mi è successo anche nel posto da me più odiato, Udine, queste feste. Guardavo i miei amici a cena sotto il castello, i miei amici più stretti in quella che fu la nostra birreria del liceo. E lì, la bellezza non erano fiori regalati o un corpo che si muove. Ho visto la bellezza della crescita. Che è una cosa assurda per me, che vivo il terrore dell’invecchiare. Preferisco crescere. Gli alberi non invecchiano, le città non invecchiano, i patrimoni non invecchiano, i sentimenti non invecchiano. Crescono. E la bellezza esce quando ti ritrovi nello stesso posto a distanza di quindici anni. C’è chi è una e sta diventando due, a marzo il bimbo nascerà. Chi va a convivere, chi si è scelto da sempre, chi non cambia mai, chi non ha più un fidanzato ma una moglie, chi scopre l’America. E ascoltare le storie, esserne parte, mi riempie il cuore che se avessi la coda romperei tutti i vasi vicino da quanto scodinzolo forte. Il vero tesoro forse è proprio appartenere ad una storia.

E mi sono accorto, proprio la settimana scorsa che anche io so farla, sta benedetta bellezza. Il mio lavoro è una montagna russa, quando sei un creativo ci sono periodi di grandi entrate, ma anche periodi in cui devi aspettare una firma, per queste grandi entrate. E siccome io non sono fashion blogger, mantenuto o accasato, il mio costosissimo affitto me lo devo pagare. Certo potrei andare a convivere, ma non ho 20 anni, ne ho 30. La mia indipendenza non ha prezzo, il mio spazio nemmeno. E’ la mia cuccia. Bene, visto che non sapevo come arrangiarmi per febbraio, perché le firme non arriveranno prima del 15, mi sono rimboccato le maniche. Ho accettato un lavoro che mai avrei pensato di fare. La mia parte snob, altezzosa che ricorda le lauree, le cinque lingue parlate, l’essere un docente del Sole 24 Ore… è stata zitta. E lavoro, per questo mese, in una casa editrice che sta ahimè chiudendo. Li aiuto a vendere gli ultimi libri, e letteralmente a svuotare il magazzino.
Questo è stato il mio atto di bellezza. Liberarmi dalle etichette, e riderci di gusto perché non c’è niente di più bello che essere contento di quello che stai facendo, al punto che quando giovedì entrò una signora l’ipercompetitività che mi contraddistingue se n’è andata. La libertà è la mia bellezza.
“Salve, sono Bibi, e sono un’artista”
“Salve, sono Andre e sono un magazziniere”
E lì ho vinto. In primis perché Bibi ha abbassato lo sguardo di alterigia, in secondo luogo perché credo, finalmente di aver capito la storia del Boddhisattva Fukyo, uno che si inchinava davanti a tutti, in segno di rispetto. “Questo rispetto non si limita a un semplice riguardo nei confronti degli altri, è un atto coraggioso di impegnare attivamente la nostra umanità”. La bellezza sta nell’aver la coscienza di non dover presentare il 730 quando parli con qualcuno. Bibi non sa che cuore e cervello c’ho io, che aver scelto di lavorare in un seminterrato è una libertà, perchè il mio vero ufficio è in un attico a San Giovanni. Ma io rispetto Bibi e i suoi limiti, nonostante abbia da sempre dei problemi con chi si definisce artista.

Tutto questo per dire che la bellezza fa bene, che mi fa bene. E che non intendo smettere nella ricerca, nel raccontare, tutto quello che ti fa fare le 3.45 per scrivere i pensierini notturni.
Ricollegatevi con la vostra bellezza, createla, condividetela.
Poi si dorme pure meglio.

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