affètto s. m. [dal lat. affectus –us, der. di afficĕre «impressionare»]. –

1. Sentimento particolarmente intenso, che trae energia dagli istinti, e s’acuisce sotto l’impulso di cause atte a commuovere l’animo (ira, sdegno, amore, pietà, ecc.): i nostri a., preso che abbiano un corsopiù non si arrestano (Cuoco); e gli lasciò nel petto Di gioia e di dolor confuso affetto (T. Tasso); suscitaremuovere gli a., eccitarli in altri; mozione degli a., parte dell’oratoria che mira a suscitarli negli ascoltatori. Nell’uso poet., anche sentimento in genere: Mille ain un guardo appaion misti (T. Tasso); già non arride Spettacol molle ai disperati a. (Leopardi); ma in genere con riferimento a sentimenti nobili: Sol chi non lascia eredità d’affetti Poca gioia ha dell’urna (Foscolo). Ant., desiderio: s’a conoscer la prima radice Del nostro amor tu hai cotanto a. (Dante)

Sono un workaholic, e a mezzanotte e mezza mi ritrovo a controllare e fissare l’agenda. Questo non va bene, forse, ma tant’è. Ho rivisto dove sono stato dal 25 Novembre ad oggi e tutte le 25 persone con cui ho condiviso qualcosa, in tre regioni e tre stati. Una tournée.
Una tournée di affetto puro.

Ho concluso il mio lavoro dell’anno, quello che mi ha fatto capire che, nonostante ci sia chi continua a sputare veleno, io stia percorrendo la strada giusta. Sono stato due giorni al mare abbracciato e ho ricevuto un kilt. Ho trovato abbracci e un libro regalato in una città che non è più mia, poco prima che, mi sputasse sul cuore. Ho fatto colazione con una super, pranzato con la mia ritrovata ex-moglie. Visto Fornasetti in Triennale con chi mi capisce e mi è vicino, parlato di buddismo e libri in Paolo Sarpi, la mia seconda casa, con i miei grandi di riferimento. Fatto il tour natalizio con le mie donne, portate nei miei posti preferiti, e di nuovo abbracci. Molti. Poi sono scappato a Londra, ho ritrovato il mio liceo, la mia università, la mia accademia con i sorrisi di chi ha passato quel tempo con me. Ho preso un treno sott’acqua e mi sono ritrovato a casa, a Parigi, da mio cugino che mi ha lasciato la casa tutto il weekend e… ho ritrovato me, in quelle strade che sono io negli ultimi dieci anni e che non mi ha visto da solo, ma con me stavolta. Sono tornato a Milano, ho rivisto la mia famiglia adottiva, che mi fa ridere tutto il tempo e piangere quando capisco che mi sembra la scena di un film, i miei vicini di casa e gli aperitivi al pronto soccorso.

Prima la zia mi ha chiesto cosa voglio per Natale. Io sinceramente vorrei avere 10 anni e trascorrere le feste in tanti come una volta. Ma non si può. Non so che regalo chiedere perché quest’anno ho visto passare molti soldi in meno sul mio conto, e ho capito che non mi serve molto. A parte una 280SL Pagoda, ovvio. Vivrò anche senza il lampadario che dalle mie parti non si trova. E anche oggi che ho ricevuto il primo, inaspettato, regalo di Natale… non sapevo come reagire. Non sono abituato ai regali. Sarà che non ce ne sono da tempo. O sarà perchè finalmente sono libero dalle cose e posso apprezzare quando arrivano proprio perché non sono dovute.

Quindi mi sa che il regalo più grande è aver capito che sono circondato da affetto, in tutte le sue declinazioni, colori, note e sfumature, nonostante io sia un cane randagio.
Sembrerà retorico ma è così: non mi serve altro.

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