pensierini di fine anno

Ok, è arrivato il 31 Dicembre 2013. E’ fatta Andre.

In questi giorni ho pensato molto a come riassumere questo anno, che è stato tanto eterno quanto veloce, che ho amato quanto odiato, che mi ha spezzato il cuore e regalato il dono dell’affetto.
I cambiamenti non sono facili, perché purtroppo abbiamo (ho) la sfacciata convinzione di dare una spiegazione razionale a tutto. A volte avvengono e basta, la nostra vita non segue esattamente il passo dei nostri piedi. La mia ha deciso di decollare. Non ricordo con chi ne parlavo giorni fa, ma questo mio 2013 vale come 5 anni di un comune mortale. Anche la mia faccia se n’è accorta, ahimè.
Facendo un riassunto da un paragrafo, ho aperto la mia agenzia (è un io narrante, in verità siamo in due e l’idea è della mia sociacollegaguru), sono tornato al Festival, mi sono bucato un orecchio, ho arrancato, mi hanno affidato un nuovo master, sono stato mollato e rapidamente sostituito, ho fatto uscire l’animale che è in me, ho fatto 5 giorni di ferie, lavorato ogni giorno 20 ore, girato mezza Italia e, grazie al fatto che siamo bravi, davvero, s’è fatte le scarpe a una multinazionale. La chiamano legge di causa-effetto.
Ho fatto molti, moltissimi errori. Mi sono accorto che non stavo dando valore a quello che faccio e che sono. Quando corri come un treno non vedi i rami degli alberi che cercano il cielo, vedi solo tante linee nere che passano. E ho deciso di scendere da quel treno dell’ipercompetitività e del dipendere da azioni terze. Io ora non uso praticamente più la mia macchina tanto sofferta e agognata, giro sempre in bici e cammino tanto, al punto che conosco tutti gli alberi dei giardini di Porta Venezia, compreso lo scricchiolare delle foglie quando passi. Certo, sono anche fermamente buddista, e credetemi, questo aiuta a capire e cambiare le cose.
Ma l’elenco degli errori è noioso e retorico, le dietrologie sono ancor più noiose e le menate le abbiamo avute tutti. Passano. Io vorrei scrivere di quello che ho capito nel 2013.

Ho capito che se ci metti il cuore in tutto quello che fai, ci riesci. Può capitare che ci siano momenti che conti le monetine per prendere la metro, può capitare che dimentichi una bolletta e ti stacchino la luce, può capitare che un progetto non entri.

Ho capito che anche se le cose non vanno e a fine giornata ti chiedi: che ho fatto per cambiare tutta sta merda? e riesci a rispondere sinceramente, che hai fatto tutto il possibile, ti meriti di dormire.

Ho capito che non tutti sono onesti e sinceri nel lavoro. Ho visto promesse e tappeti rossi, grande empatia finché non arrivava il mio preventivo. Che ovviamente era da fare in 20 secondi. Poi, visto che io non sono uno stagista ma un professionista, lette le tariffe le persone sparivano. A voi hanno risposto? A me no. Meglio così, ho capito che sarebbe stato un progetto poco piacevole.

Ho capito che so fare qualcosa. Cosa mi piaccia fare non ancora del tutto, ma una cosa mi è chiara: quest’anno ho riso. Riso tutto il tempo nei progetti che ho fatto. Mi sono anche incazzato eh, parecchio, ma il sentimento è stato diverso. Da noi le persone sono valore. Non risorse.

Ho capito che ho fatto la scelta giusta. Fino al 2012 ero giudicato e odiato per la mia barba e le mie sneakers. Non mi portavano nemmeno dai clienti. Quest’anno tutte le persone che ho incontrato sul lavoro hanno amato il fatto che non fossi un consulente tanto perfetto quanto pappagallo. E non sono il cugino di nessuno. Il segreto? Non ho fatto la diva e ho ascoltato.

Ho capito che essere un leader è davvero un casino. E che ho fatto un sacco di minchiate. Ma che la mia strada è quella.

Ho capito che l’amore passa col rosso. E tu sei lì che stai per attraversare e vieni travolto. Ed è come morire. Ho capito che non sono forte come credevo, che non riesco ad accettare certe cose e che mi ci vorrà del tempo per fare pace con tante altre.

Ho capito che tra noi è stato tutto bellissimo. E ti ringrazio per questo pezzo di strada che abbiamo fatto assieme. Voglio ricordare quello, e basta.

Ho capito che il cuore si spezza e che nonostante un’ego spropositato continua a far male. Ma sono contento si sia spezzato. Ora ho capito cosa voglio. Ho capito che non voglio compromessi. Ma soprattutto che non mi accontenterò mai più.

Ho capito che ci focalizziamo su un ideale e perdiamo di vista le cose che ci fanno bene.

Ho capito che i social network rendono incazzati, incattiviti e cattivi. Io ci gioco. Per fortuna.

Ho capito che non me ne frega niente di fare regali strabilianti come ho sempre fatto. Quest’anno il mio regalo per tutte le persone vicine è stato impalpabile. Non replicabile. Si chiama tempo. Io non ne ho avuto quest’anno e mi è piaciuto da morire regalarvene un pezzetto.

Ho capito che non tutti capiscono la differenza tra la maschera che porto, volutamente, e la parte che proteggo. Sticazzi. Selezione naturale.

Ho capito che esiste qualcuno che è gentile. E che io non ero abituato alla gentilezza.

Ho capito che in questa grande città, che amo sempre più, ci sono delle persone che mi hanno fatto capire bene il significato di famiglia, amicizia, vicinato. E affetto, non mi stanco di ripeterlo: affetto.

Ho capito che se vedo il mare scodinzolo. E che un abbraccio stretto sul collo mi fa bene al cuore.

Ho capito che la lontananza aiuta a dare valore ai legami. Ho capito, per quanto sia possibile per un uomo, che fare la mamma è il mestiere più difficile del mondo e che tu, Miri, ci riesci benissimo. Ho capito che molte volte dire stronzo a qualcuno in famiglia aggiunge un filtro di sfocatura, ma che se lasci tutti i giudizi in macchina, vedi che c’è sofferenza, non stronzeria.

Ho capito che la mia nonnina sta invecchiando, molto e che prima o poi dovrò salutarla. E la capisco che sia stufa marcia di tutto. Ho capito che la parte irsuta del mio caratterino viene da lei. E che quindi sarà sempre con me.

Ho capito che sono uno zingaro. Che se cammino per Parigi conosco anche i tombini. Che ho passato più tempo in aereo, macchina, treno, bici, metro che a ballare. E dire che a me ballare piace tantissimo.

Ho capito che farmi le pare del come dovrebbe essere non serve a niente. Non esiste uno standard. Io sono così e un motivo ci sarà. Invece di ammorbarmi su quello che non si rifà allo standard devo gioire di non farne parte.

Ho capito che è bello lavorare dietro le quinte, ma che a me manca il palcoscenico, che quella è casa mia.

Ho capito che mi piace ascoltare le vostre storie. Sul mio divano, a tavola, in bici, per iscritto. La mia voglio scriverla, davvero, nel 2014.

Ho capito che mi sono lamentato troppo, e che facendolo, mi sono portato sfiga da solo. Quindi smetto.

Concludo.

Non riesco ancora a fare pace col 2013. Ma di sicuro non potrò dimenticarlo facilmente. Sono cresciuto, in tutti i campi. Dal lavoro al cuore. Sono cambiato, moltissimo. Sono sempre un cagnaccio, ma più forte, di testa, muscoli, cuore. E sento che riuscirò ad essere meno randagio.
Ringrazio tutti i protagonisti di questo mio anno. Se il mio cuore è andato a pezzi so che ci sono tante persone nello stesso numero che me ne riportano un pezzettino, creando un legame che lo rende più pulsante e pieno.

Ora basta, come ogni anno mi devo sentire i Costeau il 31 dicembre.
Buon 2014.

 

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