Labirintite


Il labirinto è un’invenzione della contorta mente umana, in natura nessuna pianta sarebbe disposta in tal guisa e con tale forma innaturale. Non esistono angoli retti, nessuna ragione per cui un sentiero sia contorto per il puro gusto di esserlo, non si torna indietro per sadico gusto dell’errore.

Il nostro cervello, invece, ce l’ha proprio la struttura a labirinto, ed è lì la fregatura. Ce l’abbiamo dentro, i cespugli sono molto più fortunati di noi, mal che vada si ritrovano i rami tagliati come il pan carré. E questa fastidiosa struttura labirintica va ad attaccare il pensiero e il sentire, che diventano aggrovigliati, peggio, molto peggio di quelle dannate cuffiette dell’iPhone.

Per la labirintite ci vuole orecchio, avrebbe detto Jannacci. Il problema viene fuori quando questa parte dal cuore. Quando stai camminando per un parco e d’improvviso ti trovi spinto, controvoglia, perché tu non lo volevi, in mezzo ad un asettico scenario di strade che ti tocca, e non volevi, percorrere. L’unico scopo è uscirne, trovare la strada per riprendere a camminare sotto gli alberi. Essendo però un labirinto, per quanta strada pensi di aver fatto per liberarti, eccolo lì il muro di foglie. Le foglie poi le soffi via, le strappi via, le togli e ti accorgi che questo è un labirinto doppiamente stronzo, ci sono gli specchi. Come quello di Praga. Ci sono gli specchi e oltre a vedere due volte la stessa via che non va bene, che non è la tua, ti ritrovi davanti anche la tua faccia, rabbuiata, stufa, insofferente.

Non serve nemmeno pisciarci come fanno i cani, perché per quanto tu possa avere il cuore di cane, non ne hai l’olfatto, non riesci ad annusare quando stai prendendo la strada sbagliata, l’ennesima strada uguale a tutte le altre, che non ti porta a uscire dal cuore. Ci sei dentro con tutte le scarpe. Perché sei tu che ti freghi, sei tu che la strada già percorsa non riesci a lasciarla, che vorresti tornare al momento in cui scodinzolavi sotto gli alberi.

E vorresti avere una bella motosega, di quelle rumorose, cattive, per aprirti un varco dal punto A al punto B, no matter what. Ricordo quando ero piccolo, e mio padre facendo retro in giardino tirò giù un albero. Ecco. Ora vorrei essere io a guidare il Grand Cherokee grigio, mettere su D e passare almeno tre volte sopra tutte le siepi.

Questo labirinto è una trincea, una serie di cunicoli fatti di pietre e sofferenze per difendersi dall’attacco nemico. Ma io, sebbene abbia un’indole a volte iraconda, credo in kosen-rufu, il mio cuore è un luogo di pace che si ritrova coi camminamenti. No, non mi va bene. Gli unici camminamenti che posso approvare sono quelli in mezzo alla neve, per tirare le palle sul culo della Gradisca, come in Amarcord.

E’ un labirinto che non merita pietà, non merita la mia compassione, nel mio giardino voglio solo alberi grandi, stabili, per costruirci sopra le casette e guardare lontano. Le siepi e relative contemplazioni le lascio volentieri a quel depresso cronico di Leopardi, vaffanculo tu e l’ermo colle. L’infinito non conosce siepi, labirinti, colli.
Almeno, non il mio.

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