Corri Andre, Corri


Ci pensavo sabato, alla The Color Run. Non siamo abituati a correre per il gusto di farlo. Cominciai a Trieste, vivevo ancora là e soffrivo di insonnia. Dovevo stancarmi o non avrei dormito, e data la mia giovine età la mia medica famiglia non pensò minimamente a nulla di chimico per farmi addormentare. L’unica cosa che mi garantiva 100 ore di sonno erano i primi cinque minuti di Harry Potter. Solo che quella volta eravamo fermi al secondo episodio. Nulla mi annoia come i fantasy o i film in costume.
Ai tempi correvo lungo il mare, da Barcola al Castello di Miramare, quattro chilometri guardando il castello, quattro ritornando verso la città che sembra l’Austria col mare. Non male. Capii subito l’importanza di quel momento, in cui ci sono solo io, e forse, della buona musica. Poi arriva Milano, la puzza e il sentirsi criceti sul tapis roulant. Fine della corsa.

Per anni ho provato a fare le maratone, ma per studio o per il lavoro da schiavo che facevo, non c’era mail il tempo, di allenarsi intendo. Poi domenica scorsa, ancora rincoglionito dal risveglio, mi ritrovo iscritto alla Color ancor prima di essermi messo le mutande. Dovevo farlo, no matter what. Cinque chilometri, poi, sono una risata per qualsiasi milanese che prende i mezzi pubblici o che si ritrova dall’altra parte della città di notte. O che va in bici. Non mi sono allenato, la notte prima ho ballato e bevuto e nemmeno ho dormito a casa. Sono orgoglione della mia totale mancanza di disciplina.

Arrivo alla partenza in anticipo, il sangue austrongarico su queste cose non mi permette scherzi. Ritirato il pettorale, ritirata la maglietta, mi accorgo che manca un’ora e mezza e che… io qua sono da solo. Ci sono le coppiette, ci sono gli amici, ci sono le famigliole, ci sono carrozzine e carrozzelle, ci sono spose e vecchine. Non posso nemmeno isolarmi con l’iphone, la sua batteria dura 2 ore e io voglio fare le foto alle esplosioni di colore. Ho sete. Mi limito a stare all’ombra, a pensare che essere sempre senza contanti ma con 3 carte di credito è una gran cazzata. Osservo. Penso.

Il trovarsi, nell’arco di poco, ad essere da soli ha un impatto sociale, più che personale. Non mi spaventa tutto il giorno, non mi spaventa a casa o al lavoro. Mi spaventa nella socialità. A me non è mai fregato nulla di quello che pensa la gente, non faccio parte di quelli che si vergogna ad andare in vacanza da solo, al concerto, al museo, non è questo il punto. Non siamo fatti per stare da soli, la necessità di condivisione ci ha insegnato a comunicare. L’esasperazione della comunicazione, invece ci ha portato a isolarci. Abbiamo delegato la nostra socialità ad uno smartphone. Che invece di ampliarla, nella maggior parte dei casi la indirizza, alimenta, limita e annichilisce. Dovremmo solo imparare che una cosa è bella a prescindere da instagram, da un like su facebook, da una battuta su twitter. D’altra parte è anche un’evoluzione dello schema sociale e comunicativo, quindi facciamo pace con gli estremismi.

Una corsa come questa, non competitiva, divertente, colorata, onlus oriented, è un momento da condividere, di quelli che ridi da quando arrivi a quando torni a casa. Se non c’hai nessuno che corre vicino a te non è così facile. Quindi potenzialmente a rischio di super mega depressione. Però fa pensare. E mi sono convinto di quello che scrissi sul fatto che siamo sempre in giro di corsa. Che non è correre.
E ho corso. Anche se tutti camminavano, e si muovevano che neanche le capre, con tutti i parallelismi sulla nostra società, compresi gli arraffoni che si sono infliati per non pagare 22 euro.
E sapete che c’è? Invece che incazzarmi me ne sono sbattuto le palle. Ho corso, per il gusto di correre e mi sono ritrovato a ridere come un cretino, ad essere felice di ogni metro, con il sole in faccia, il colore che mi ha fatto diventare la barba di tutti i colori, con la Perrini e tutte le sue tette che ho abbracciato, con Ali che mi scriveva dell’aperitivo, con quella musica che nemmeno nel peggio posto di Bonola, con quel dj/presentatore che era Ali G e non se ne rendeva conto, con la finta dolcenera che cantava Torna a surriento in versione electropop, ‘na cafonata insomma. E invece io ero felice, felice perchè andavo veloce, non come gli altri, felice perchè ero riuscito a trasformare il veleno in medicina.

In origine "trasformare il veleno in medicina" (giapp. hendoku-iyaku) si riferiva al processo di trasformazione delle illusioni in Illuminazione. IlTrattato sulla grande perfezione della saggezza attribuito a Nagarjuna, filosofo buddista indiano del terzo secolo, paragona il Sutra del Loto a “un grande medico che cambia il veleno in medicina”. Ciò accade perché il Sutra del Loto apre la possibilità di illuminarsi alle persone che per arroganza ed autoindulgenza avevano “bruciato i semi della Buddità”. 
http://www.sgi-italia.org/approfondimenti/VelenoInMedicina.php

La cosa che mi dava sofferenza, essere lì da solo, mi ha fatto chiudere il cervello e godermi la corsa.
Proprio come dovrebbe essere quando corri.

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