resilienza sinusoide


Per uno che è abituato ad avere la risposta pronta a tutto, non sapere cosa rispondere ad un come stai non è facile. Lo sviluppo della resilienza sentimentale non è quantificabile in tempi umani. Non segue l’andamento cronistorico, non è un circuito sequenziale. Se fosse una sequenza di numeri non sarebbe uno, due tre, quattro, ma settantamila, verde, tre, quattrocentoundici, lago, zero, mucca, orione, uno, un trilione, vodka, zero virgola sei. E’ una sinusoide dai picchi e abissi più asimmetrici.
Per una meta raggiunta si torna indietro di quindici caselle, con il risultato che non comprendi nulla di te. O forse comprendi tutto. Sai sicuramente cosa manca, capisci e non capisci il perché, con l’unica certezza plausibile. Essendo due esseri umani nati da madri padri e luoghi diversi, sempre nel numero di uno a testa, siamo diversi. Intendiamo, viviamo, percepiamo, rielaboriamo le cose in maniera differente. Non c’è un giusto e un sbagliato, siamo semplicemente due entità dalla diversa bandiera.
Una cosa l’ho capita in questa sinusoide, beffarda di qualsiasi progettualità processuale. So cosa mi manca da morire. E dico cosa, non chi. Certo, ovvio, mi manchi e ti penso ogni giorno, ma ora che il film è stato girato, mi ritrovo orfano nella scenografia, nei testi, nella colonna sonora.
La resilienza passa per la solitudine, che fa male, rimane, prende il posto di chi non c’è più, senza meritarselo quel posto, senza nessuno che le abbia detto di prenderlo, quel posto. E ti accompagna, parassitando i momenti più privati, come il risveglio, l’addormentarsi, il fare colazione o avere una meta.
Me ne sono accorto in spiaggia, la settimana scorsa. Ero a Eloro, nella riserva naturale di Vendicari. Uno dei posti più belli che io abbia mai visto e vissuto. Ero lì, nuotando nel sole quando lei, puttana solitudine, mi ha dato un buffetto sulla schiena. Guarda Andre, guarda quei due. E’ una spiaggia libera quella, libera dal costume e dal cliché di amare chi vuole la Chiesa. Loro due erano come noi. Venti secondi di apnea, nel guardare l’intesa, lo scherzo, l’amore che non c’è più. La sottile differenza tra stare da soli ed esserlo. E nonostante la resilienza nell’affrontare la fine, quel picco va verso il basso, l’abisso più nero. Ti butta giù. E la detesto, la detesto con tutto il mio congelato cuore, la solitudine.
E’ come se essere centrati, consapevoli e sempre battaglieri svanisse in un secondo. Un libro fatto a coriandoli. Sono trucchi molesti, da filibustieri, che ti fanno dimenticare che tutto ciò che ti succede dipende da te, da come ti permetti di vivere le cose. Il cervello che mi ospita ahimè non va in ferie, e leggendo tantissimo anche quando potrei giocare con l’iphone, mi sono ritrovato davanti a questo:

Si rese conto che la solitudine che provava spesso negli ultimi tempi derivava da un qualche desiderio di avere un compagno. Era davvero così debole? Il leone non ne cerca, si disse. Se lo fa, non sarà più il re degli animali.
Il leone non conosce la solitudine. Non cerca compagni, sono gli altri a seguirlo. Kosen rufu è un compito da leoni e se lui era davvero un leone, non gli sarebbero mancati i seguaci. I compagni lo avrebbero seguito di loro iniziativa.
D.Ikeda

Il leone non conosce solitudine. E la sinusoide è tornata dalla parte giusta. In spiaggia ero il leone. Il vento sbatteva sulla mia criniera nera. Stavo bene. Ne sono convinto. Eppure a volte le giornate si complicano e il tempo non torna più dice una cantante. E si insinua lei, stronza di solitudine da sbranare che ti fa dormire abbracciando un cuscino.

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