abbracciare


Vacanza vien da vacante, cioè che non c’è. A Milano in questi giorni non c’è nessuno, vorrei non esserci nemmeno io, perchè aver poco da fare mi induce a pensare. E preferirei nuotare. Sono sempre un Pesci, dopotutto, con la disgrazia della luna in leone che mi rende attore-sceneggitore-produttore-regista, come dice la Silvana.

Ieri il cagnaccio ha scritto sul blog per me, e infatti, mentre mi rotolavo nel letto mi sono accorto che quel cane aveva ragione. C’è bisogno di abbracci. Di dormire abbracciati più che altro. Stamattina così mi son svegliato, in effetti. Il cuscino era verticale rispetto al letto, non orizzontale come dovrebbe essere. La malinconia ha fatto colazione con me. Quello mi spaventa, e sono uno che difficilmente ha paura o ansia. Quasi mai. Però il pensiero di un autunno umido e un inverno freddo e lungo, ad esser sincero, mi inquieta.

Pensavo come sempre al peso delle parole, all’importanza della parola abbracciare. E’ l’unica parte del corpo che diventa un verbo. Non si può manare, piedare, gambare qualcuno. Abbracciare sì. Anche il bacio ha un verbo che descrive un’azione, non una parte del corpo, tanto meno guardare, pensare, ascoltare. Si può dire anche stringere, avvinghiare, circondare. Ma non rende l’idea. Non per come lo vivo io almeno.

I tipi di abbracci sono tanti, si sono quelli di circostanza, quelli del ritrovarsi, quelli del lasciarsi, quelli dell’amicizia, quelli dell’affetto e quelli dell’amore. E poi i miei preferiti, la ragione per cui in questi giorni vorrei smontarmi le braccia, le gambe, il busto, il collo e ripormi in appositi scaffali. In modo da non pensare agli abbracci del sonno. Sarà patetico, scontato, infantile, ma per me valgono più di tutto quello che avviene prima, che è importante, bello, divertente. Ma dormire abbracciato a qualcuno è di più. E’ intimità, vera nudità, sincronia di corpo e mente senza sovrastrutture. Quando dormiamo abbiamo la libertà di essere liberi, di non dover pensare a quello che siamo, vogliamo, vediamo, viviamo. Siamo lì, in momento di ricarica. Ed è quasi perfetto.

La perfezione arriva quando senti un respiro che si fa più profondo, quando le tue braccia ne chiudono altre due, quando un bicipite diventa un cuscino per un collo che non è il tuo, una pancia si attacca a una schiena, le gambe si intersecano come un glicine alla parapetto di una terrazza, una mano cinge una pancia. Quello è fare bellezza. Essere la bellezza.

Questo bisogno supera gli altri, al momento. Non è il bisogno di una relazione, non è il bisogno di un piacevole incontro di sudore. Ci si abitua ai cambiamenti, alle partenze, alle assenze, ma c’è quel momento, mistico, in cui passi dalla veglia al sonno di cui sento il bisogno fisico, viscerale, del tutto non cerebrale.
E quando ritorni sul pianeta terra, la mattina, magari ti ritrovi così come ti sei addormentato, con la forza che il buongiorno è lì, sei tu, siamo noi, gli occhi che ti dicono ciao, l’angolo delle labbra che ti fa capire che sì, va tutto bene, anche se il periodo è buio, difficile, crepuscolare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...