Di corse, fiumi e spalle.


Il cane tornò a casa di notte. Non era un cane che scappava, era un cane indipendente che conosceva tanti altri animali. Eppure l’impulso di prendere e correre ce l’aveva. Il giorno prima aveva cominciato a correre lungo il Ticino, senza accorgersi dei chilometri, aveva voglia di lasciare la città e andare. Si era divertito tanto, l’acqua scorreva forte da un lato, le fresche frasche lo riparavano dall’altro. Ma il sole non gli dava fastidio. Era un cane di quelli marittimi, gli piaceva da sempre starsene al sole, leggere (che è strano per un cane, vero), fare il bagno. Sentire l’acqua che lo sosteneva era liberatorio, per una volta non doveva preoccuparsi di tutto. Ma questo si fa solo al mare, diceva mentre guardava il Ticino scorrere freddo e silenzioso.

Mentre correva lungo il fiume pensava a tante cose. E anche a niente. Era bello quel correre. Si fermò a fare la pipì in mezzo alle pannocchie. Poi continuava a correre, quanta acqua, tanta come i suoi pensieri. Sapeva che quella del giorno prima era una corsa potenzialmente pericolosa. Oltre a non avere una meta, sapeva che avrebbe corso ancora e ancora, fino a… chi lo sa.

Il cane randagio era convinto che correre fosse un termine troppo spesso abusato nel negativo. Si mangia di corsa, si va di corsa, si pensa di corsa. Quella non è corsa. E’ fretta, diceva il cane che si sentiva filosofo. Se ci pensate però è vero, ha ragione quel cane. Siamo sempre così presi da tutto, dal dover gestire tutti e tutti che corriamo, sempre, verso il tempo che si spera finisca. Invece la corsa del cane era una vera corsa. Muscoli, zampe, fiato, moscherini in bocca.

Allora realizzò che era contento di averla fatta quella corsa, aveva obbligato i suoi neuroni di cane a smettere di essere fermi in pensieri statici e difficili, li aveva fatti correre verso quello che sapeva essere la sua vera meta. Il suo cuore di cane, e in senso più lato, ma non meno scontato, verso se stesso. Non capiva tutto, in fondo anche se intelligente, era pur sempre un cane. Di base, un cane scodinzolante.

Tornato a casa, però lo scodinzolio diminuì, quella sera aveva voglia proprio di dormire abbracciato. Anche senza quello che per cani e umani si fa prima degli abbracci stretti. Si sentiva solo quella notte, e non era un cane solo. C’erano un sacco di animali che erano la sua famiglia, lo supportavano e gli volevano tanto bene. Ma quella sera non bastava. Aveva voglia di trasformarsi in umano quella sera, perchè i cani non riescono ad abbracciare bene come gli uomini. Perchè i cani non hanno le spalle, i gomiti sì, ma le spalle no.
E le spalle servono tanto se vuoi abbracciare qualcuno prima di addormentarti.

Bau.

Anton ja na bo seio
Um tava ba manchê
E nunca mas ausencia 
Ta ser nôs lema

Then, at your side 
I would see the daylight 
And “absence never again” 
It would be our lemma 

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2 pensieri su “Di corse, fiumi e spalle.

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