Di cani randagi, scodinzolii e cuori scappati


Il cane ormai era diventato randagio. Randagio, errante, vagabondo. L’estate passava lenta, calda, senza vento. Al cane era sempre piaciuto sentire il vento sul muso, e gli piaceva tanto dormire sul letto e sentire l’aria della sera accarezzarlo. Sì, le carezze gli erano sempre piaciute, tanto che scherzando diceva che si trasformava in koala, avvinghiandosi ad altri animali dormienti. Però quell’estate le carezze erano finite, e nemmeno il vento aiutava, non c’era. Una cosa per lui impensabile, un cane cresciuto in una città piena di vento, che sembrava l’Austria col mare.

Si rese però conto che non era lui ad essere randagio, errante, vagabondo. Era il suo cuore di cane. Andato, chissà dove, chissà per quanto tempo. Per essere un cuore di cane era bello, grande, pieno di sangue. Ora sentiva che qualcosa era rimasto, ma che non ci fosse sto cuore, era palese. Come se ci fosse solo una valvola nel suo petto di cane, che gli consentiva di respirare, abbaiare, correre veloce.

Era sicuro che prima o poi l’avrebbe ritrovato, i cani agiscono sempre col cuore, difficilmente col cervello. Non hanno quella funzione, quella della cattiveria, dell’essere subdoli o calcolatori. Per questo, infatti, il cane aveva difficilmente vicino animali di quel tipo. E quindi capì che il suo vagabondare era una ricerca.

E non era un male. Il cane capì che ci sono tanti modi in cui il suo cuore funzionava (sì funzionava, non “aveva funzionato” perchè il cane lo sentiva battere a distanza). Capì che non doveva cercare le spiegazioni, le ragioni delle cose che viveva, bensì permettersi di viverle. Senza nemmeno usare il cervello. A quel cane piacevano i vecchi film di un signore molto strano che sognava e poi girava. E il cane sognava su quei sogni girati, non riusciva a non scodinzolare.

Fu un attimo e si accorse che sì, diamine, il cuore era in esilio (chissà), ma lui scodinzolava per le cose che lo facevano stare bene. Era un rilfesso incondizionato, sorrideva nell’accorgersene. Perchè quel cane aveva la brutta abitudine di cercare di capire sempre le cose, anche quelle invisibili come il cuore, che sta dentro. Ma quella è una coda, è lì, non si stacca, non va via. Scodinzolò per vedere se funzionava.

E allora quella sera smise di abbaiare alle stelle che non cadevano e pensò a cose che lo facevano scodinzolare. Cose poco canine, vero, come la bicicletta, la pratica, i caffè, i film sul divano, le balere, le docce, i ravioli alla piastra. Sì, quelle cose erano importanti, non erano il cuore ma piccole cose che lo avrebbero aiutato nel ritrovarlo. Scodinzolando andò nella sua cuccia, fece i consueti tre giri. E si ordinò di pensare alla sua coda scodinzolante: nonostante tutto se la coda scodinzolava non era da solo a dormire.
Non se la raccontava il cane, era contento dello scodinzolare, ma avrebbe rinunciato a tutti i suoi ossi nascosti in giardino per dormire abbracciato.

Scodinzolante, chiuse gli occhi.

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