Ginger, Fred, Giulietta, Marcello, Federico, Andre


Presente quando ritorni a casa, butti su una pastasciutta per buttare giù tutto l’alcol e accendi la tv grattandoti il sedere? Ecco. Io ieri sera. Anzi, poche ore fa, questo post è scritto alle 5, l’insonnia ha deciso di passare a trovarmi per le vacanze.

Il film in questione è Ginger e Fred, del 1985. Vi risparmio la trama, vi invito a guardarlo per il sottotesto sociale tremendamente attuale. La descrizione della tv verità, delle lagne, del ricordo, del niente, del contenitore che è il contenuto. Prevista solo con 25 anni di anticipo. E badate bene al suono delle parole. Fulvio Lombardoni non vi ricorda il nome di un neocondannato?
(Poi per i Felliniani come me, come non citare la campagna contro gli spot tv, non si interrompe un’emozione? )

E mentre Nicola Piovani sottolineava i sogni del maestro, mentre Mastroianni racconta una vita in uno sguardo, io mi metto a sognare e mi accorgo che c’è una dissonanza, una mancanza, una fastidiosa presa di coscienza in me. Ho bisogno di questo, ho bisogno di una trama chiaramente offuscata, tre chiavi di lettura, lo stimolo a rileggere, rivedere, capire. Ci pensavo in queste sere di nonvita della grande metropoli. Io non ne posso più di sentire gente parlare sempre delle stesse cose, che non fa altro che cercare espedienti per reiterare la propria immagine, rispettabile ma non condivisibile. Non c’è scoperta, studio, volontà, analisi delle cose. Credo di avere assistito ad una conversazione durata tutta una cena sulle droghe che si possono trovare dal centro Cologno, abbinamenti compresi. Mi sono caduti i coglioni.

Detto così è giudicante (chi non lo è, una volta ammesso il problema si dovrebbe risolvere asap), e infatti mi ribalto la domanda: perchè questa insofferenza? La risposta più scontata è che ho un carattere di m. Ma si sapeva già. La seconda risposta è che non riesco ad essere tollerante. E’ che davvero io non capisco. Rincoglionirsi non credo sia una soluzione, ma la vita è la tua, cazzi tuoi. La terza risposta è quella vera: non riesco ad avere uno scambio profondamente incosciente se non sei cosciente. Di quello che fai, di quello che vali, di quello che pensi. La debolezza forse è la mia, la reiterazione della mia soglia di attenzione molto bassa, il non aver mai capito i miei coetanei.

Il punto è che io ho bisogno di Fellini, di un film sognato che poi diventa un sogno di film. Dire che mi cadono i coglioni per delle conversazioni leggere sposta il focus (“la colpa” come dite voi cattolici) all’esterno di me, mi fa incattivire ed essere intollerante. Forse è solo bisogno di staccare, di stare un attimo da solo, di fare una di quelle fughe che mi portarono in Giappone o in America. Ricordo una settimana in cui non parlai con nessuno, se non con mia nonna al telefono che non capiva perchè fossi andato dai cinciuncian. Pensavo, scrivevo, fotografavo. E la cosa più divertente? Invece di trovare risposte, non facevo che pormi nuove domande.

Credo che le madri facciano rientrare tutto ciò nella sindrome dell’eterno insoddisfatto. Naaaa, io voglio solo essere felice. E visto che ormai sono le sei, vorrei fare colazione.

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