E i gay non capiscono


Il suicidio del quattordicenne (la smettiamo con sta privacy inutile? Se si chiama Paolo diciamo Paolo) di Roma è un fatto grave, preoccupante e terribile. Non è il primo, mi auguro ci si ricordi ancora di quello di quest’inverno, di cui avevo già scritto: Perchè non ha senso impiccarsi a 15 anni.

Ad oggi le cose non sono cambiate. Per nulla. Evito le dietrologie inutili sul nostro governo, sulla società, sui politici. Io non cerco le colpe all’esterno della comunità. Le responsabilità sono anche nostre, persone LGBTQ.
Vi spiego perchè.
Per lavoro passo circa 900 ore davanti al computer e leggo un po’ di tutto. Conosco, a livello social, molte persone di tutte le identità, età e orientamenti. Fortunatamente, poi, ho altre forme di informazione che non siano status e link. Tipo giornali, siti, app, libri. Che piaccia o no, la piazza virtuale non è twitter, ma continua ad essere facebook ed è proprio da lì che mi è partito il nervoso che mi ha spinto a scrivere.
Un nervoso partito già la settimana scorsa, quando Le Peggiori hanno cominciato a dire la loro a suon di link indignati per la questione russa. Ma chi sono Le Peggiori? Le Peggiori sono quelle persone che usano il link per fare vedere che ne sanno, che non sono d’accordo e che sono indignate, appunto. Poi oltre al titolo del link non sanno nulla. Sono quelle che urlarono traditore a Pisapia senza aver letto tutta l’intervista sulle unioni civili in comune, che si ergono a paladine dell’uguaglianza per cinque minuti, salvo poi tornare a farsi una riga. Per non parlare poi di quelli che sputano quotidianamente sulla comunità, ne odiano tutti i comportamenti ma non si sono mai fatti mezza domanda su se stessi.

Le Peggiori sono lo specchio social di una realtà ben più ampia e radicata. La realtà dell’indifferenza. E’ proprio questa la responsabilità che abbiamo. Chi mi legge di solito non ha 14 anni, ma almeno il doppio dell’età. La domanda che mi preme è: cosa stiamo facendo per chi ha quell’età, che strada stiamo lasciando? L’unico messaggio che vedo, da Milanese acquisito è: a Milano puoi fare il/essere gay. E’ questo che vogliamo? Siamo mai scesi in piazza, siamo una comunità che esiste oltre il pride e i quattro bar? Ho paura di no. E lo trovo terrificante.

E’ terrificante perchè se non siamo noi i primi ad essere portavoce della causa, in quanto attori principali della stessa, come possiamo pensare di riuscire ad essere rappresentati da qualcuno a livello civile, amministrativo, legale. Amiche, amici, non sto dicendo che siamo noi i cattivi. Viviamo in un medioevo sociale, politico, economico. Ma invece di lamentarci, la mia domanda è: stiamo veramente facendo qualcosa?
Ho paura di no. Non è abbastanza tenere per mano l’innamorata o l’innamorato. Nemmeno limonare per strada. Certo, è importante far capire che ci sono diverse opzioni di affettività, ma non dobbiamo limitarci a questo.

Siamo come i paesi che si sono arricchiti dopo anni di privazioni? Abbiamo tutti dimenticato la sofferenza, le lacrime e i pugni di quando eravamo piccoli? Se avessimo avuto degli esempi forti e stabili avremmo capito che essere non etero (faccio prima che elencare tutti) non vuol dire essere la macchietta, il vizietto, Solange, Xena la guerriera. Non ce li hanno dati, la generazione precedente alla nostra ha fallito anche in questo.
Vogliamo fare lo stesso?

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