George


George arrivò a casa, lasciò le chiavi sul tavolo badando bene di non accendere la luce, ci mancavano solo le zanzare. Non passava aria, non passava il nervoso, la tristezza, la stanchezza, l’inabilità a provare gioia per qualsiasi cosa. Come se tutto fosse sottovuoto.
Arrivò in camera, lasciò tutto, pantaloni, maglietta mutande, calze sulla chaise-longue e aprì la finestra. Il piano era alto, abbastanza, vedeva la sua macchina parcheggiata vicino, tutta sporca. E dire che come lui, le cromature una volta splendevano. Alla finestra un filo di aria, ma sottile come un sospiro di un bambino sulla torta di compleanno, si accende una sigaretta. Non sarà questa ad ammazzarlo, pensò, e vide il pacchetto ormai vuoto, comprato alle 5 del giorno stesso. Fumava, scrutava la luna, pensò che pensare all’insignificanza cosmica era così anacronistico, faceva così ventenne innamorato che guardava le stelle ad agosto. Cosa che anche lui fece, dieci anni prima a Firenze, quando al passare della stella cadente, sperò di essere felice. Che puttanata. Cosa voleva dire, in che ambito, in che momento, in che anno? Tanto bruciava la sigaretta quanto George bruciava di nervoso, per quel periodo nero e appiccicoso come il catrame, non andava nulla per il verso giusto, nonostante il suo impegno, quotidiano, per cambiare le cose. La sigaretta si spense, ormai George conosceva a memoria il numero delle finestre di fronte casa. Quattordici. Lanciò la sigaretta sulla macchina della vicina, nota stronza ante litteram, respirò profondamente, guardò giù.

Si mise a urlare, talmente forte che di quelle quattordici finestre se ne illuminarono dieci, compresa quella della Luisa, una che una mattina gli fece notare che le tende bianche di George non erano abbastanza coprenti, “e lei sa di cosa sto parlando“. George quella volta sorrise.
Questa volta non stava sorridendo, stava urlando, come una bestia a cui ammazzano un cucciolo, come una bestia a cui si maciulla un arto, come una bestia pronta all’attacco. La sua parte animale era ben armata, avrebbe sbranato, divorato, ucciso la causa del suo male. Ma George era troppo intelligente per credere alla sfiga o “alla colpa degli altri”. Le cause vanno cercate internamente, cambiate da noi, aveva studiato. Quindi avrebbe dovuto sbranare, divorare, uccidere se stesso, non qualcun altro.

Guardò nuovamente di sotto. Non era cosa. Farsi trovare nudi sul marciapiedi era una gran cafonata a suo avviso, e sinceramente non aveva voglia di rivestirsi. Anche perchè, pensò, non ho mai letto nulla su come ci si dovrebbe vestire per lanciarsi da un balcone. Una ginnica tenuta? Un tuxedo? Il pigiama?
Si girò, e annoiato anche da questo e si buttò a letto.

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