onirico 48


L’ho capito in un istante. Il posto in cui ci siamo visti, Palazzo Reale, il cinema all’aperto, Milano zitta. Durante il film le tshirt, la tua bianca, si sono sfiorate ad altezza della manica. Quel tocco ma non tocco, ti sento vicino eppure no, un soffio di vento, un respiro, un adolescente sfiorarsi, l’insinuarsi del dubbio “ma forse, beh… chissà” e il conseguente machissenefrega, chessaràmai. So solo che mentre le zanzare banchettavano coi miei polpacci la distanza si è come ridotta, le spalle si sono presentate, conosciute, sistemate. Il film finisce, è il momento di trovare qualcosa da dire per quei silenzi fuori posto, troppo inflazionati, scomodi. Hai una bici, perfetto. Ora che ho imparato a sistemare la mia, posso vendermi come esperto. Una Bianchi, color cipolla rossa scura. Non male. Mi dici che ha la tua età, io confermo che senza i parafanghi starebbe meglio. L’argomento bici si esaurisce, beviamoci su. E’ lunedì, è piazza del Duomo, mi viene in testa solo una birretta camminante, meno impegnativa, già la proposta del cinema mi sono accorto fosse esagerata. È che io volevo andarci davvero al cinema, è stata una semplice questione di congiunzioni astrali. La bici è legata, si cammina lungo la facoltà di medicina, ci si siede alla fine dell’edificio, c’è una piazzetta, le birre hanno bisogno di essere bevute. Sembravi più basso. Ma non te lo dico. Ci si racconta, nel frattempo passano degli studenti, un matto che fa jogging, tre guardie giurate mangiano la pizza sulle loro Panda bianche. La conversazione è piacevole, non mi viene da pensare alla lavatrice da fare, sai mi succede quando mi annoio, e mi succede facilmente. E’ vero, parlo tanto di lavoro, ma ci tengo, ci metto tutta la mia buona volontà, sono ambizioso e voglio farcela. Siamo seduti vicini, hai il diritto di sapere che mi annoio facilmente, hai il diritto di essere baciato. Lo faccio. Mi piace, non penso alla lavatrice e nemmeno alla commercialista, sai baciare, per fortuna. In effetti ci si doveva vedere per un caffè, e allora te lo offro domattina. A volte mi spavento da solo del mio essere diretto. Ero quello che non aveva il coraggio di provarci, qualche onirico fa. Sorridi, c’è imbarazzo e ci sta tutto. Parliamo, faccio lo scemo dicendo che è tutta una scusa per fregarti la bici e lasciarti in cantina, ma come fai a fidarti? Le bici rimangono giù, vuoi dell’acqua, mi giro, ti bacio. E’ un bel baciare, sentito, non regalato, avvinghiato, le labbra non si staccheranno fino quasi alle 5. Avvinghiati, avvitati, sudati, appiccicati. Non rientra nella procedura, ma dormi qua, tanto non è sonno, solo qualche ora di riposo, tant’è che al risveglio ci siamo ritrovati nella stessa posizione di qualche ora prima. Devi correre al lavoro, ti faccio un caffè. Mi ringrazi. E’ un caffè, che vuoi che sia. Eppure ho percepito una sorta di vera gratitudine per quel caffè. Ma te l’avevo promesso.
La giornata passa, ci sentiamo, ci rivediamo, una birretta e si ritorna sul luogo del delitto, ma si va a dormire presto, siamo cotti dalla notte precedente. Spengo la luce.

-Andre…
-oh?
-Sono contento di essere qui.

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