ONIRICO 47


Camminavo per l’albergo, il mio telefono vive per essere scarico, il caricabatterie, ovviamente in camera. E’ l’estate toscana, il sole è giallo, lo stabile ha cento anni ed è splendidamente decadente. I grandi gruppi vacanzieri non se ne sono accorti del potenziale del posto, un posto che ha visto abiti lunghi e crinolina. Mi parte il film, è Bertolucci, ricordo lo sguardo di Garrel quella sera nel quartiere ebraico a Parigi, ci siamo mangiati. Poi mi parte Fellini, secondo me incontro Mastroianni sulle scale, e finalmente gli chiedo se da grande posso essere lui. Sono sovrappensiero quando ti sbatto contro. Ti faccio cadere il vassoio, si spacca tutto, sono un disastro. Mi chino, stiamo per tirare su la stessa tazzina. La mia mano tocca la tua, la tua la mia, trovo il coraggio di guardarti negli occhi. Mi perdo, annego, sono azzurri come il mare di Castiglioncello, a pochi passi da noi. Non so se sia passata un’ora mentre ci guardiamo, o forse dieci secondi. Tu non stacchi gli occhi dai miei. A terra, solo i cocci delle tazzine, in corridoio non passa nessuno, siamo ancora lì fermi. Non resisto, è più forte di me, quel mare di occhi sta benissimo sulla terra dei miei. Sto per baciarti, ma arriva qualcuno. Tutto a posto?, chiede. Tutto a posto un cazzo hai rovinato tutto brutta vecchiaccia col cappello giallo. , dici tu, io sorrido. Se ne va. Hai i capelli con la riga a sinistra, un ciuffo riccio. E una barba piena, marrone chiaro. Ci stiamo ancora guardando, ma io non ci sono, sto già pensando che nuotiamo assieme, adesso vieni via con me, niente pause, il mare è qua di fronte, si fa il bagno in mutande. Poi va a finire che succede qualcosa, per cui io sarò qua ogni weekend fino a settembre. Me lo sento.
Raccogli tutto, appoggi il vassoio su un mobile che ha visto tempi migliori, l’ora è quella del pisolino, qua non ci sono televisioni ma tantissime tende, alte quasi come i tre metri di soffitto. C’è talmente tanto sole fuori che le luci sono spente, il marmo bianco del pavimento rende tutto più fresco. Poi ti giri. Mi guardi. Io ti guardo. Siamo molto vicini, troppo perché io possa contenermi. E’ il momento. Sei alto il giusto, il bacio non comporta spostamenti del collo, i capelli sono tanti sulle mie dita, non ci stacchiamo. Già non ci stacchiamo e rimaniamo qui, questo salone è troppo grande e noi siamo troppo belli perchè qui ci facciano delle partite a carte. Le tende si gonfiano, passa un venticello che è l’anteprima di quello che vorrei sentire più tardi, più buio, mentre in spiaggia concludiamo quanto iniziato. Ma credo non riusciremo ad aspettare fino a così tardi, la tua mano è sul mio petto, intersecata alla canotta, che mi ci son voluti 25 anni per non vergognarmi a mostrare le spalle. Hai la camicia, bianca. Non ce l’hai più la camicia bianca. Di bianco ora c’è solo il divano, con la pelle che strappa la nostra di pelle, il caldo, l’essere avvinghiati, le barbe dappertutto. Mi piace come baci, sembra che tu mi conosca, se mi annoio già baciando il dopo sarà piacevole come cadere dalla bicicletta.
I miei amici mi daranno per disperso, già prima che lasciassi lo stabilimento balneare non credevano venissi qua a ricaricare il telefono. Ma siamo così amici che non ci dobbiamo mai mezza spiegazione, su nulla. C’è solo amore, che ci vuoi fare. Scusa non dovrei raccontartelo, non so nemmeno come ti chiami. Phil. Io Andre.
Ci guardiamo di nuovo, vedo troppe cose che mi spaventano a morte nei tuoi occhi, in primis il mio riflesso, sono un cane bastonato, non mi funzionerà mai più il cuore, ho lasciato perdere. Sorridi. Non dici nulla, non dico nulla. Hai la camicia aperta, io non ho la canotta. Pancia su pancia. Potrebbero essere passati almeno sedici anni da quando abbiamo cominciato a guardarci. Ti cercano, devo andare scusa, peccato dico io, ti avrei offerto una tazzina di caffè. Capisci la battuta, ridi, vai. A me non sembra vero.
Ti rivedo a colazione il giorno dopo, mi chiedi se il caffè lo gradisco in tazzina o sul pavimento. Ridiamo, i miei amici pure. E io prometto che cercherò di essere sempre più distratto per rincontrati.

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