36 minuti


Stanotte sono tornato a casa a piedi, dai Navigli. Sentivo già uscendo che sarebbe successo, che era il momento,  con me e Milano. Volutamente non ho portato le cuffiette, volevo pensare e sentire il rumore delle mie scarpe rimbombare tra le strade.
Sui Navigli, sull’alzaia Pavese per precisione, ci ho abitato. Con una delle donne più importanti della mia vita. Mi sono ritrovato a fare la strada che facevo appena mi sono trasferito in quella che ora è la mia città. Ventiquattro Maggio, Ticinese, Colonne, Torino, Duomo. La facevo ogni giorno. Era ieri, mi sembrano dieci vite fa. E mentre cammino pensando al me di 5 anni fa, ho in testa Questione di sguardi, perchè all’aperitivo ho incontrato proprio lei, che è una delle mie preferite di sempre. E mi sono presentato goffamente, come il cretino che sono “oh ciao sono emozionato ti vedo sempre sul palco e ora ti conosco. Grazie”. Un deficiente. Come sempre.
Dicevo. Gli sguardi. Cercavo il mio mentre camminavo ai tempi dell’accademia, cercavo quello di chi avrebbe potuto essere l’oggetto del mio sguardo, il soggetto del mio cuore. Lo sguardo incuriosito e spaventato di chi sa che il prossimo sguardo del cuore avrebbe avuto un petto, non un seno. Li guardavo quei maschi. Nella provincia retrograda del profondo nordest dove sono cresciuto i maschi che amano i maschi si devono nascondere e vanno derisi pubblicamente sin da piccoli, lì invece erano tanti, tutti diversi, strani, belli. Mi sembrava di essere in un film. E non mi sembrava vero che guardassero anche me, io dalle mie parti non ho mai avuto il successo on the road che ho qui. Mai avrei pensato di finire su uno di quei siti di gente giusta fotografato per strada, mai avrei pensato di finire sulla copertina di un libro, in un progetto fotografico, in un’illustrazione. E invece è successo anche quello.
Anche quel che batte sotto il petto si ricorda di quando ho fatto quella strada col cuore in gola perchè c’era vicino a me un primo appuntamento, di quelli in cui si cammina tantissimo. Si ricorda anche di quando non vedevo la strada e c’era troppa acqua nei miei occhi. Insomma a quella strada poco interessante, io voglio molto bene.
E non è così facile. Ticinese è sempre più cinese, le persone passano sempre di corsa per andare in Colonne o sui Navigli. Capirai. Poi ci sono le Colonne, che sono l’unica piazza con la gente accalcata e seduta in tutta Milano. Molta gioventù, un sacco di sfiga, qualche canna, parecchia puzza.
Poi passo in via Torino, e vedo che nonostante sia tardi, le vetrine piacciono sempre, ci sono gli innamorati fuori dal cinema e mi viene da prenderli a testate per quanto sono geloso di quell’abbraccio, di lei che si stringe a lui, di lui che la cinge sorridendo. Vaffanculo, meglio guardare l’alternativa da copertina, quella che ha preso i jeans della mamma a vita alta e li ha tagliati perchè ha capito che va così. Altra coppietta, in bicicletta, ridono. Non ci penso, tiro dritto, vedo due ragazzi vestiti con la stessa t-shirt con stampa giungla, mi vorrei complimentare per l’originalità, ma vedo la Fnac chiusa e mi dispiace che non esista più. Incrocio una pazza che saluta l’ora elettrica, due visibilmente in trasferta dalla periferia e arrivo in Duomo.
Non ci vado mai durante il giorno, non sopporto i piccioni, le foto coi piccioni e le cacche dei piccioni. Nemmeno gli appollaiati sugli scalini. Stanotte sono presenti solo 3 spazzini e quattro venditori di rose. Le rose non ne possono più, sono morte dal caldo, non hanno incontrato l’amore, tantomeno un euro. Mi faccio una foto.

mi.milan
In Corso Vittorio Emanuele non c’è nessuno. Si vede tutto, fino in fondo, vuoto, nemmeno i russi o gli arabi a mangiare quelle pastasciutte di merda a 12 euro al piatto. Un barbone sta mangiando pane e marmellata, un ragazzo è seduto con un piede fuori dalla scarpa, anche quella comprata perchè gliel’hanno detto. Come il resto. Il brutto non è opinabile, i pantaloni col risvolto non stanno bene con quei coscioni, le canotte lasciamole a chi c’ha il fisico. Più che tronista sembrava proprio il trono sìfatto. C’è gente che pulisce per terra, che lava la strada, che porta via calcinacci da un negozio. Nessuno pare vergognarsi o scontento del proprio lavoro. C’è un’altra vita a Milano di notte, e non ha a che fare con strisce, acidi e troie. E’ la vita di chi fa, non di chi ostenta.
Giungo in San Babila, non c’è nessuno, come nessuno incontrerò fino a Palestro. Solo un ragazzo in abiti femminili, che dalla camminata dev’essere una professionista dell’amore. Mi guarda, mi sorride beffarda. Se sapessi, amica.
In Corso Venezia la gente non cammina e i residenti hanno il filippino che porta il cane a pisciare. Due ragazzi sono seduti su una vetrina, il parco è chiuso e una ragazza cammina davanti a me. Ha paura, lo sento. Io scuro, tricotico e barbuto non sono rassicurante per lei. La vorrei rassicurare, ma farei peggio. Ho il cuore spezzato, mi interessa solo la mia cuccia, ma grazie per aver pensato che fossi un serial killer. Al semaforo di Porta Venezia vedo due persone dormire per terra sotto i bastioni, davanti la Boxster con bauscia e zoccolone. Non è vero che siamo tutti uguali. Mentre scruto, fermo e fumante, mi sento toccare un ginocchio. Credevo fosse un cane, e invece era una piccola sudamericans ubriaca che mi ha scambiato per Miguel. Evidentemente si dev’essere sparsa la voce del mio alias segreto. Ormai sono arrivato, cammino verso casa, vedo uno col sacchetto della Nespresso avanzare sorridente passo davanti al mio panettiere che comincia a sfornare proprio ora che concludo di scrivere.

Ho scritto troppo. E’ che io sono proprio innamorato di questa città. Che mi dà tutto e mi toglie tutto ogni giorno, ma che rimane lì a sostenermi, quando torno a casa ad un metro da terra o con gli occhi spenti, lucidi, arrabbiati come stasera. Domani si ricomincia.

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